Smart working: diritto o rivoluzione?

un paio di settimane fa
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Una riflessione politica

di Alberto Vettese e Valentina Piacentini

 

 

Questa riflessione nasce come reazione alla notizia di una proposta in seno ad analisti della Deutsche Bank, secondo cui per poter rimediare ai buchi fiscali dovuti a minor gettito causa covid, è possibile intervenire gravando sui lavoratori le cui attività in questo periodo si svolgono in home office. Si parla concretamente di un’imposta “di solidarietà” a sostegno di coloro che sono rimasti fermi o quasi dall’inizio dell’epidemia e la cui attività lavorativa non può essere dislocata ed esercitata in remoto, ossia da casa.

A nostro parere, una proposta di questo tipo è miope, per una serie di ragioni. La prima è una questione di errore “nei termini”: far passare il messaggio che i lavoratori in smart working siano le “nuove galline dalle uova d’oro” è sbagliato ed ingiusto. Sbagliato, perché questi fronteggiano nuove spese e devono lavorare spesso con mezzi propri, consumando risorse che non vengono rimborsate (elettricità, riscaldamento, banda internet ecc…). È la logica dei rider che lavorano per compagnie come Uber Eat, Lieferando, ecc. Categoria che come è stato dimostrato, viene sfruttata, a cui non vengono riconosciuti diritti e che si trova in una posizione contrattuale fragile. Le minori spese per i pasti evitati ai bar o per i consumi non devono venir date per scontate: nelle fasce più deboli il pranzo e i pasti vengono preparati a casa e come Berlino dimostra, c’è chi si muove in bicicletta per far respirare il portafoglio (e l’ambiente).

È inoltre ingiusto fare leva fiscale sui lavoratori in remoto perché sarebbe una “soluzione sbagliata” ad un problema di sistema che sta emergendo solo adesso con la crisi del coronavirus. Il Partito Democratico è sensibile ad istanze di tema ambientale e si fa portavoce di soluzioni europee ed iniziative internazionali, come gli accordi di Parigi sul clima. Lo smart working ha permesso all’Italia di compiere un balzo in avanti ed avvicinarsi a medie di flessibilità lavorativa simili a paesi del Nord Europa. Come spesso accade, il nostro paese si avvicina ai suoi “competitor” in ritardo e dietro costrizione, vedi la condanna di Strasburgo all’Italia nel 2015 per mancata legiferazione sulle unioni civili. Un’occasione epocale che ci permette di tagliare consumi non necessari – spese fuori casa, consumo di carburante ecc. – viene fraintesa e vista come “il problema”, quando si tratta di una soluzione, non l’unica, al problema del riscaldamento climatico.

Il mondo ha bisogno di soluzioni intelligenti, l’Italia, pure. Un lavoro più flessibile, un rapporto lavorativo meno gerarchico e più improntato al raggiungimento di obiettivi prefissati, un maggiore equilibrio fra vita familiare e lavoro. La pandemia ci sta insegnando a reinventarci in maniera intelligente: diciamo di sì agli aspetti positivi di questa crisi globale, ma rispediamo al mittente richieste astratte e che pesano sul cittadino medio (e dipendente), notoriamente già obiettivo di attenzioni fiscali. Come viene fatto notare dagli autori di questo articolo, la solidarietà viene spesso compresa come “intraclasse”, anziché redistributiva. Un po’ il contrario di quello che si prefissa il PD, e che, in un contesto nel quale si porta avanti la Tobin Tax e mentre si considera di tassare le macchine – i mezzi di produzione, non il lavoro – si rimane perlomeno perplessi di fronte a finte proposte redistributive, di comodo.

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