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„It’s the economy, stupid“, negli USA come da noi

Di Pierantonio Rumignani, PD Berlino e Brandeburgo

Tutto sembra indicare che i democratici USA riusciranno alla fine a salvare di giustezza la loro pelle dall’assalto del GOP nelle attuali elezioni di medio termine – diciamo meglio: per questa volta, poiché un reazionario insidioso al pari di Desantis già scalpita dietro le quinte. Molti commentatori hanno lodato, dopo un incerto altalenarsi di opinioni, la scelta del partito blu di puntare principalmente sui temi dei diritti e della minaccia impedente sulla democrazia USA evitando per quanto possibile uno scomodo confronto sul tema dell’economia. Io dubito fortemente di questa interpretazione. Non perché non sia convinto del fatto che i temi di cui sopra siano stati, nella somma dei fattori, determinanti ma perché, malgrado l’eccezionalità dei tempi, avremmo dovuto aspettarci un fallimento elettorale senza appello dei repubblicani solo per il fatto di cavalcare tesi palesemente menzognere a sostegno di qualcuno che ha tentato un vero e proprio colpo di stato, un precedente inaudito per la democrazia americana. Ciò mostra in realtà, a parte evidenti problemi connessi alla diffusione e accettazione di fake news e di teorie cospirative, quanto peso abbiano i temi economici presso gli elettori nelle considerazioni di voto. I repubblicani li hanno usati come argomento principale, accanto a quello della criminalità, nella loro campagna contro i democratici – questo in una situazione in cui il partito al governo ha mostrato evidenti difficoltà a trasmettere quanto di positivo sia stato fatto dall’amministrazione in carica nei suoi due anni di governo a dispetto di due crisi di vaste proporzioni e gravi conseguenze innestate dalla pandemia del Covid e dall’invasione russa dell’Ucraina1.

Un’altra dimostrazione lampante di quanta importanza abbiano i temi economici in una contesa elettorale ci è stata fornita recentemente dalle elezioni presidenziali brasiliane ove un’inattesa svolta congiunturale positiva, sostenuta dall’accelerazione di un depredamento dissennato delle risorse naturali, ha mancato per poco di premiare un personaggio altamente tossico come Bolsonaro contro Lula da Silva, un avversario dato per favorito e dalle comprovate qualità democratiche malgrado la penalizzazione derivante da passate vicende di corruzione – vedi in particolare lo scandalo del lava jeto.

Che l’elettore usi sovente linguaggi diversi quando parla e quando vota è cosa conosciuta, mostrandosi particolarmente sensibile alle ragioni del portafoglio nella seconda situazione. Il fatto che valga il detto „It’s the economy, stupid“ come ripetevano gli strateghi della campagna elettorale di Clinton nel 1992, consci dell’importanza di presentarsi competenti in materia di economia, non dovrebbe però scandalizzare chi premia gli aspetti etici rispetto ai temi di bassa pianura dato che dalla capacità di un paese di creare reddito e progresso economico dipende anche il soddisfacimento di una domanda sociale in costante aumento a fronte di cambiamenti radicali delle strutture produttive dell’economia e della necessità, drammatica ed esistenziale per l’umanità intera, di salvare l’habitat in cui viviamo.

Questa semplice ma fondamentale constatazione vale naturalmente anche nel nostro paese e dovrebbe guidare quanti chiedono, con molte ragioni, una ridefinizione della politica e del posizionamento del Partito democratico. Come potrebbero infatti condurre a durature vittorie elettorali programmi in cui si privilegiano l’affermazione di legittimi diritti e una migliore redistribuzione di un reddito che rimane tuttavia condannato a stagnare e a rimanere modesto – questo in una situazione ove non solo la spesa sociale ma tutto il grande resto, dall’ambiente e l’energia fino all’insegnamento e le infrastrutture inclusa la sanità, reclama interventi forti? Tra i numerosi esempi: come procedere senza adeguate risorse al tanto necessario dispiegamento di un reddito di cittadinanza nella riqualifica e ricollocazione dei senza lavoro? Il solo confronto tra la spesa annua in tale campo in Germania (SGB II) e in Italia (Rdc) – rispettivamente nel 2020 e 2021: € 44 mrd. e € 9 mrd. – offre un’indicazione plastica della dimensione del problema e del compito di fronte al quale si trova il nostro paese.

Non può essere ripetuta abbastanza l’osservazione secondo la quale buona parte delle difficoltà nell’ultimo ventennio dei governi italiani e con essi del PD, per quanto ne facesse effettivamente parte, sono dipese dalla mancanza di risorse dovuta principalmente alla crescita carente dell’economia che ha invariabilmente limitato gli interventi. La dimostrazione al contrario può essere cercata nel periodo del centro-sinistra degli anni ’80, per lungo periodo a direzione socialista con Bettino  Craxi, allorché si scelse, in presenza di tassi di interesse ben più alti di oggi e di un forte rallentamento della crescita economica, la strada della spesa generando un’impennata dell’indebitamento pubblico rispetto al PIL da poco oltre il 60% all’inizio del decennio a ben oltre il 90%, raggiungendo poi il 120% con il primo governo Berlusconi nel 1995 (vedi grafico). Ciò costrinse, anche in vista della creazione dell’euro al tempo dell’Ecu, a una robusta frenata, compito non invidiabile che toccò principalmente, dopo la breve parentesi „tecnica“ di Dini con l’appoggio esterno del PDS, ai governi di sinistra, a cominciare dal Prodi I mentre i governi Berlusconi si comportarono sostanzialmente da comparse in contraddizione con i loro stessi proclami. Si tratta di un filo rosso che ha accompagnato la politica italiana fino ad oggi legando la sinistra, non solo moderata, al ruolo dell’attore prudente nella spesa pubblica danneggiandone l’immagine presso il proprio elettorato.

Detto in maniera metaforica: la crescita dell’economia deve essere vista come la benzina che permette al motore della società di muoversi verso una ripartizione più equa del reddito attraverso una politica sociale avanzata. In una situazione, come in Italia, di bassa crescita, alto indebitamento dello stato – ora tanto più pesante a causa di tassi di interesse in salita – e alta imposizione fiscale la libertà di movimento è particolarmente limitata per un governo in termini economici e proibitiva in termini politici. A meno di una riduzione della spesa pubblica – preferito campo di gioco dei conservatori che chiudono volentieri il rubinetto di quella sociale – ogni impegno finanziario aggiuntivo dello stato non può che essere sostenuto da nuove imposte ove il nostro paese ha già raggiunto livelli molto elevati. Questi ne fanno un percorso periglioso dove è, e sarà difficile, trovare maggioranze in futuro.

Poiché sono di „tutti“, questi problemi influiranno pesantemente anche sulle azioni del presente governo di destra che si troverà a dovere rispettare promesse fatte in campagna elettorale senza avere lo spazio finanziario di manovra necessario. Lo vediamo già in questi giorni nell’estenuante ricerca di una quadra con i pochi fondi disponibili che finisce in un esercizio di elargizione di sostegni in piccole dosi, non di rado destinati a gruppi ristretti di beneficiari come l’aumento dei „fringe benefits“ a € 3mila per un solo anno cui possono attingere secondo alcuni calcoli solo 2,5 milioni di cittadini, o destinati a un successo assai scarso come quota 41 con il vero e mezzo taciuto intento di rinviare di un anno l‘urgente riforma del sistema pensionistico – una manovra che sembra ironicamente fatta apposta per limitare la spesa dato che il cosiddetto tiraggio – ad esempio secondo le previsioni della Cgil – dovrebbe essere basso a causa dell’entità della rinuncia di reddito per chi esercita l’opzione così come è già stato per quota 102. Per il resto siamo nell’attesa di misure spicciole e dedicate prevalentemente alla clientela di destra, in particolare a elementi della piccola borghesia e bottegai, tra cui una flat tax in un’edizione bislacca „FdI“ e condoni fiscali contrabbandati come elementi di una „pace sociale“ in una situazione in cui l’evasione ricomincia a salire in alcuni settori (dettaglio significativo in questo contesto: il „tax gap“, ovvero il rapporto tra le imposte percepite e quelle potenziali, riguardo all’Irpef ha raggiunto nel 2021 presso i lavoratori autonomi e le imprese ben il 68,3% – !!; fonte: „Relazione sull’evasione fiscale“ presentata lo scorso 5 novembre)

Per il resto non si possono cogliere presso la coalizione di governo, neanche nelle riflessioni alla base delle misure da programmare, espressioni autentiche di linee guida per un miglioramento della dinamica economica e della produttività nonché formulazioni, aliene alla coalizione di destra, di un nuovo indirizzo della fiscalità e della contribuzione sociale meno sperequante con il fine principale di garantire in prospettiva a ogni residente in Italia (e non solo a chi ha la cittadinanza!) un’esistenza dignitosa e vivibile.

Se da questo lato non si può essere ottimisti, quanto detto dovrebbe però anche significare un’occasione imperdibile per la sinistra di contrastare l’azione del governo attraverso un messaggio puntuale e organico mobilitando le proprie risorse e gli esperti dei vari settori ad essa vicini, ad esempio già in vista del congresso del PD in fase di organizzazione. Non solo: ma si potrebbe immaginare di dare forma a un „governo ombra“ sul modello britannico con il compito di perseguire un contraddittorio serrato e continuo trasportando il proprio messaggio mediante l’utilizzo dei moderni mezzi di comunicazione. Le conferenze programmatiche annuali potrebbero fornire l’occasione puntuale in questo contesto per un confronto delle posizioni al fine di una loro conferma o modifica, anche profonda.

I temi da affrontare in campo economico, senza trascurare quelli di valenza più spiccatamente sociale che qui non menziono, sono assai vasti e vanno da una ridefinizione del ruolo dello stato nell’economia (nel senso di stimolo anche finanziario delle attività economiche ma sostanzialmente fuori dalle logiche di intervento gestionale diretto se non in particolari situazioni di interesse pubblico) con un rafforzamento e ammodernamento delle sue strutture (tra l’altro soggette da anni a un blocco indiscriminato delle assunzioni con conseguenze altamente negative nel tempo), un aumento della popolazione attiva (in Italia la seconda più bassa in Europa), una ripresa degli investimenti, privati e pubblici, incluso un maggiore impulso alla creazione di nuove attività imprenditoriali, fino a misure più indirette e a lungo termine come l’ammodernamento e il rafforzamento dell’istruzione (in particolare, ma non solo, di quella terziaria ove il ritardo dell’Italia è statisticamente più sensibile) e al completamento della riforma dell’ordinamento e sistema giudiziario.

Qualcuno si potrà mostrare contrariato di fronte a una tale lista, soprattutto se vede l’aspetto redistributivo tra le classi in cima alle priorità secondo il principio per il quale a maggiori salari corrispondono minori guadagni per il capitale senza altra considerazione particolare in merito al livello del reddito nazionale. Riconoscendo la validità del concetto di interessi tra loro contrastanti tra lavoro e capitale, soprattutto a livello microeconomico, preferisco lasciare qui da parte altre considerazioni – in particolare sull’importanza centrale della funzione nell’economia della domanda effettiva di derivazione keynesiana – per evitare di cominciare discussioni teoriche. Richiamo però l’attenzione ancora una volta (sperando nella comprensione di chi legge e ringraziando) sul profondo significato, per un partito che aspira a una leadership di governo, della svolta di Bad Godesberg della socialdemocrazia tedesca allorché sostenne la trasformazione del partito di classe („Klassenpartei“) in un partito del popolo („Partei des Volkes“)².  Chi governa ha il compito di pensare alla totalità del paese verso il quale esercita la propria responsabilità senza peraltro rinnegare né le proprie origini storiche né i suoi obblighi verso le classi da cui proviene la propria base elettorale e che verrebbero in realtà danneggiate da una visione esclusivamente particolaristica della politica.

1  Il governo USA ha varato in questi ultimi due anni misure importanti e ingenti nell’ambito di una agenda globale „ Build Back Better“ che comportano una spesa totale nei prossimi dieci anni pari a US$ 3,8 bilioni e che comprendono cinque misure chiave:

  1. American Rescue Plan per contrastare la pandemia
  2. Infrastructure Investment and Jobs Act a sostegno della base economica del paese
  3. Inflation Reduction Act a sostegno della spesa sociale e a protezione dell’ambiente
  4. Chips and Science Act per il miglioramento della competitività dell’economia
  5. Buy American Regulations a protezione dell’industria statunitense

„Die Sozialdemokratische Partei ist aus einer Partei der Arbeiterklasse zu einer Partei des Volkes geworden“ (SPD, Godesberger Programm – 1959)

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Autore: Alessandro Arena 

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Su quel femminismo che fatica e arranca (soprattutto in Italia)

Dopo l’elezione di Giorgia Meloni è chiaro che c’è bisogno di parlare di femminismo. Il dibattito è complesso e delicato ma a mio parere fondamentale.

Di Federico Salvati, PD Berlino e Brandeburgo

Come sostiene Linda Martín Alcoff, il concetto di femminismo ha molteplici sfaccettature e la parola in sé, come tanti “–ismi”, descrive più un dibattito tematico che un approccio unitario e coerente alla realtà sociale.

La maggior parte delle persone però non seguono assiduamente i dibattiti accademici e non credo di mancare di troppo il bersaglio se dico che il femminismo è comunemente inteso come una dottrina che predica la redenzione e l’equalizzazione del genere femminile contro la discriminazione sistematica e strutturale di genere nella società.

Al tempo stesso non credo di affermare nulla di estremamente controverso se dico che il femminismo è storicamente (e nell’immaginario di tutti) classificato come una dottrina che guarda a sinistra. Il ruolo della donna inteso come “angelo del focolare” invece è normalmente appannaggio della destra tradizionalista.

Date queste premesse, è normale che l’elezione della Meloni (leader del partito più reazionario che sieda in Parlamento) stoni un pochino con questa narrativa e la questione ha chiaramente creato confusione.

Quale che sia la nostra affiliazione politica bisogna, comunque, riconoscere che si tratta di un risvolto per lo meno bizzarro. Le stranezze però portano con sé sempre un’opportunità di riflessione e in quest’occasione possiamo riflettere sul ruolo del femminismo come dottrina di redenzione sociale e sugli accadimenti politici nella società occidentale. Attenzione, con ciò non intendo discreditare né il femminismo in sé, né l’uguaglianza di genere. Al contrario, vorrei che tutti noi come attivisti e difensori della giustizia sociale ci sforzassimo di capire come fare in modo che in futuro il nostro operato sia migliore e più efficace.

Detto questo, passiamo alle note dolenti. L’elezione della Meloni, da buon uomo democratico e progressista quale sono, per me rappresenta l’ultima di una lunga serie di delusioni in questo campo. Lungi dall’essere un’eccezione, mi sembra che sia ora di riconoscere una spiacevole tendenza che gli uomini e le donne di sinistra non vogliono o non possono vedere.

Ad essere più precisi, l’ascesa della Meloni rappresenta, a mio parere, più un accadimento in linea con i trend politici europei piuttosto che un’eccezione alla regola.

Quest’articolo era originariamente pensato come una lettera aperta a una figlia che (ancora) non ho. In quella occasione avevo immaginato di chiederle di guardare, in quanto donna, ai modelli femminili di successo che hanno cambiato la nostra società in Europa, cosicché anche lei possa avere speranza e sentirsi autorizzata a perseguire i propri sogni di realizzazione individuale nel campo politico-sociale.

A tal riguardo però, presentando modelli femminili di successo nella società occidentale negli ultimi cinquant’anni ci si deve sforzare di più a trovare grandi leader femminili sia di sinistra che di destra.

Senza ombra di dubbio, le figure femminili più importanti che hanno segnato la storia recente sono state Angela Merkel e Margaret Thatcher. Due giganti della storia, da cui personalmente mi sento lontano politicamentema che senza ombra di dubbio hanno influenzato grandemente lo sviluppo della società moderna. Anche se non di sinistra, la Thatcher e la Merkel sono state delle leader che in maniera indipendente hanno perseguito quello che ritenevano più giusto e vantaggioso per le proprie comunità politiche e non mi sento di dire che fossero “vittime” del patriarcato.

Ugualmente oggi, pensando alle istituzioni europee, mi viene in mente che a capo delle due più importanti cariche politiche dell’Unione ci sono proprio due donne: la Von Der Leyen e la Lagarde. Due donne di certo lontane dai valori di sinistra. Sicuramente democratiche, ma di inspirazione conservatrice e neoliberale.

Mi preoccupa ulteriormente pensare che sia in Germania che in Francia i partiti di estrema destra hanno una situazione simile a quella italiana (nel senso di avere una leader donna alla loro guida).

La cosa non è migliore se guardo agli USA. Condoleeza Rice è stata la prima donna di colore a ricoprire la carica di segretario di stato sotto l’amministrazione Bush (e non è certo stata una figura di secondo piano).

La Clinton, credo sia abbastanza chiaro a chi segue i dibattiti politici americani, era di sinistra solo nominalmente e se dovessi parlare a mia figlia non le chiederei di guardare a loro come modelli ispiratrici di femminilità. Prima di lei ci fu sicuramente Madeleine Albright, che in verità si è apertamente schierata nel campo femminista in politica estera ma al tempo stesso era convinta proponente dell’eccezionalismo e dell’interventismo americano. Rimane da considerarsi come una figura controversa.

A onor del vero, di leader femministe ce ne sono. Ogni bravo italiano che si dice di sinistra conoscerà, almeno per sentito dire, i nomi di Lina Merlin, Tina Anselmi e Nilde Iotti. Così come al giorno d’oggi i giovani liberali conosceranno i nomi di Alexandria Ocasio-Cortez e Elizabeth Warren. Donne che sì, hanno dato grandi contributi allo sviluppo politico e sociale, ma che non sono mai riuscite a scalare i ranghi dei rispettivi partiti e non sono mai (o non ancora) riuscite a diventare delle cosiddette “front runners” come invece capitò alla Merkel e alla Thatcher e come oggi è capitato alla Meloni.

Inoltre, sfido chiunque a domandare a bruciapelo a qualcuno tra i 18 e 40 anni di riassumere in breve il contributo politico di Nilde Iotti o quello della Merkel. Scommetto una birra che la percentuale di risposte esaustive in merito sarà di gran lunga spostato sulla Merkel.

A guardare il panorama della leadership femminile, ho come la sensazione che questo benedetto glass ceiling sia più presente proprio negli schieramenti di sinistra in cui la scarsezza di leader prominenti nelle ultime decadi è a mio parere leggermente imbarazzante.

Sicuramente a destra le donne in questione saranno conservatrici, anche reazionarie, ma mi sembra paradossale che bisogni disciplinarle dicendole che sono state (o sono) donne “nella maniera sbagliata” proprio in nome del femminismo.

Credo invece che sia giunto il momento di una riflessione profonda sul ruolo del femminismo nella sinistra e nella società in generale. Forse proprio come dice la Alcoff, dobbiamo smettere di parlare di femminismo e dovremmo cominciare a parlare di “femminismi”. Siamo in un momento storico in cui il solo fatto di invocare diritti e puntare a un problema non significa più essere progressisti e di sinistra in maniera automatica. Forse è arrivato il momento di accettare che c’è anche un femminismo di destra che immagina donne in posizioni di potere e responsabilità (anche ai massimi vertici) ma con normative sociali differenti, con meccanismi politici che non sono o non possono essere assimilati alla cultura politica di sinistra.

Mi rendo conto che forse quello che sto dicendo derivi solo da un pessimismo circostanziale all’indomani della nomina di un governo d’eredità fascista capitanato dalla prima Presidente del Consiglio donna del mio paese. Mi rendo conto anche che a questo punto, dopo aver messo tutte le carte in tavola dovrei dare delle risposte per chiarificare la situazione. In realtà però la ragione di questo mio intervento è proprio questa: fatico io stesso a darmi risposte ad un dato che sembra fattuale. Forse la questione potrebbe derivare da un turn-over troppo lungo della leadership politica dei partiti moderati di sinistra (è il caso del PD in Italia, della SPD in Germania e anche dei socialisti francesi). Questo incoraggerebbe vecchi leader maschili a rimanere al timone dei quadri di partito troppo a lungo, non lasciando spazio alle nuove generazioni femminili più moderne e progressiste. Forse potrebbe anche essere il fatto che quando vengono coinvolte le donne, politicamente vengano indirizzate in maniera paternalistica verso posizioni che più rispecchiano l’immaginario patriarcale e che di solito sono meno rilevanti politicamente (scuola, sanità, pari opportunità etc. invece di interni, finanze, esteri etc.). Forse il sistema patriarcale è ancora più vivo e arzillo di quanto crediamo. In realtà non mi sento di dare soluzioni precise perché in tutta franchezza io stesso non ne possiedo nessuna.

Al contrario, il punto di questo intervento è proprio di stimolare riflessione e dibattito e sarei anche contento di essere smentito in caso qualcuno abbia una prospettiva più rosea e convincente sull’argomento.

Alla fine della giornata, comunque, mi rimane solo tanta amarezza perché, sperando un giorno di tenere tra la braccia mia figlia, come futuro aspirante padre, vorrei tanto dirle “guarda, un giorno anche tu potrai aspirare a diventare LA SIGNORA Presidente del Consiglio” ma a questo punto non so se alla mia ipotetica figlia convenga tesserarsi presso un partito di sinistra…

Fonte immagine: https://www.ilmessaggero.it/politica/giorgia_meloni_libro_io_sono_giorgia_mamma_politica_ultime_notizie_news-5948022.html




Una boccata di ossigeno dalla vittoria di Lula

Di Pierantonio Rumignani, PD Berlino e Brandeburgo

È difficile sopravvalutare il valore della vittoria di Lula nelle elezioni presidenziali di ieri in Brasile. In una situazione radicalmente mutata rispetto a solo pochi anni fa ogni aiuto a sostegno della democrazia è un contributo di grande valore. Le novità con le quali stiamo combattendo sono l’aperta sfida alle istituzioni democratiche portata avanti da un numero crescente di persone in ogni parte del globo, l’affermarsi di governi che ricorrono apertamente a metodi autoritari al fine di sopprimere la volontà popolare e la sfacciata minaccia di conflitto armato da parte di chi pensa che tale opzione possa portare vantaggio a chi la persegue.

Dobbiamo festeggiare la vittoria di Lula tenendo peraltro presente alcuni punti che sottolineano quanto labile essa possa rivelarsi nel prossimo futuro se non viene accompagnata da successi nell’azione di governo:

  1. La vittoria su Bolsonaro di poco inferiore al 2% è assai risicata e sensibilmente inferiore alle previsioni fatte sei mesi orsono quando il vantaggio di Lula arrivava nei polls fino al 20%. Non solo, ma al primo turno Lula aveva incassato il 48% dei suffragi. Ciò indica che è riuscito ad aggregare un più che modesto 3% incrementale dei voti al secondo turno. Occorre ricordare qui che l’evoluzione dell’economia ha aiutato fortemente Bolsonaro negli ultimi mesi grazie a un aumento del PIL che ha raggiunto il 2,5% nell’ultimo trimestre e un inzio di riduzione dell’inflazione sotto il 10%.
  2. Lula ha costruito la sua vittoria creando una coalizione ampia, un vero e proprio campo largo comprendente anche politici dichiaratamente conservatori come Fernando Cardoso, il predecessore di Lula alla presidenza, e Geraldo Alkmin, suo avversario in precedenti elezioni e che votò a favore della messa sotto accusa di Dilma Rousseff. Tale scelta è in contrasto, ad esempio, con la strategia di un Gustavo Petro, vincitore delle recenti elezioni in Colombia, che ha concluso alleanze nello spettro radicale della sinistra come ad esempio con l’ambientalista di colore Fráncia Marquez.
    Un giudizio non è facile da dare poiché i meccanismi elettorali sono differenti nei diversi paesi – Colombia ha fra l’altro un passato di guerriglia. È tuttavia un fatto che i polls segnarono un dimezzamento al 10% circa del vantaggio di Lula su Bolsonaro nel maggio scorso al tempo dell’accordo elettorale con Alkmin. È anche un fatto che Lula, a seguito dell’accordo, aveva moderato fortemente la retorica sull’aborto (un terzo dei brasiliani è di fede evangelica e la loro maggioranza segue le orme dei compagni di fede degli USA) e sul comportamento della polizia.
  3. Non possiamo ancora dire come Bolsonaro reagirà e se opterà per una strategia trumpiana non riconoscendo la vittoria dell’avversario e resistendo con tutti i mezzi. La Giustizia, e in particolare la Corte Suprema non gli è tuttavia favorevole, diversamente che negli Stati Uniti. Il giudice De Moraes è intervenuto ad esempio ieri perentoriamente intimando ai corpi della polizia di sospendere ogni azione di impedimento al voto (si parla di 560 casi registrati). Il Presidente USA sarebbe inoltre intervenuto pesantemente nei giorni scorsi su Bolsonaro.
  4. Lula non è appoggiato dalla maggioranza dei parlamentari, organo legislativo federale (mentre il governo risponde direttamente al Presidente come negli USA). Qui le battaglie saranno accese, anche perché è stato recentemente introdotto un divieto del cambio di casacca per i parlamentari, un metodo sporco ma largamente seguito nel passato per aggiustare le maggioranze.
  5. I problemi economici e ambientali brasiliani sono enormi. A parte i gravissimi problemi collegati allo sfrenato utilizzo delle risorse naturali (nel periodo di governo della sinistra tra il 2002 e il 2014, l’indice di distruzione delle Amazonas era sceso dell‘83%) un’estrema sperequazione del reddito colpisce i più deboli. Ben 100 milioni su 215 milioni di abitanti vivono sotto la soglia della povertà e circa 33 milioni sotto quello della fame. Il fatto che Bolsonaro possa reclamare per sé un andamento positivo dell’economia renderà ancora più difficile il compito di Lula che sarà alla ricerca di misure rapide a favore dei meno abbienti, scuola e salute. Lula aveva saputo sconfiggere i detrattori durante il suo primo mandato grazie alla capacità di produrre benessere economico senza scivolare in un eccessivo interventismo statale troppo spesso abusato nei paesi sudamericani. Dovrà ripetere a 77 anni la sua performance.

Ma ancora più difficile sarà, come rivelano in primo luogo gli USA, riuscire a dominare e ridurre la violenza irrazionale della discussione politica. Nell’Esplanada a Brasilia la folla gridava ieri „Lula tu devi finire in carcere“. L’intervento seguente di un intervistato in un giornale è rivelatore su come sia la situazione: „La popolazione deve scendere in strada e domandare l’intervento militare così che non ci sia un passaggio di potere ai comunisti“.

Fonte immagine: ApNews https://www.rainews.it/resizegd/768x-/dl/img/2022/10/31/1667181327504_Lula_post_vittoria.jpg




Stiamo sbagliando: si condannino azioni illegali ma non si demonizzino i russi

Di Federico Salvati, PD Berlino e Brandeburgo

Vorrei cominciare con un piccolo aneddoto personale. Di recente ho dovuto partecipare per lavoro ad una grande conferenza sugli studi dell’est Europa tenutasi a Berlino. Chiaramente, viste le circostanze, la questione Ucraina era al centro del dibattito. Durante una delle discussioni a margine, una delle relatrici (di origine ucraine) si è lanciata in un’appassionata arringa sulle colpe della Russia avanzando pesanti accuse nei confronti non solo del governo ma anche dell’identità nazionalista e imperialista del paese. A suo parere questa era considerabile come il substrato culturale che appoggiava e rendeva possibili le attuali politiche belliche. Il verdetto (a suo dire) era inevitabile: la Russia è responsabile delle sue azioni criminali e illegali non solo al livello politico ma anche a livello culturale e sociale in quanto dimostra inclinazioni imperialiste, aggressive e suprematiste.

L’intervento mi ha causato non poco imbarazzo dal momento che tra le persone del gruppo in cui stava avvenendo la discussione (ad insaputa della relatrice) c’erano anche alcuni miei colleghi di cattedra, tutti di origine russa e membri attivi della comunità russa qui a Berlino. Parlando in un secondo momento con loro la sensazione d’imbarazzo mi è stata confermata anche da questi, i quali mi hanno confessato che viste le loro origini, nonostante essi si dichiarino menti liberali critiche del regime putiniano, si sentono presi in questo momento un po’ tra l’incudine e il martello percependo ostilità da entrambi i lati del conflitto.

L’aneddoto credo sia illustrativo di quella che è la complicata situazione di quei cittadini in Russia che fino a ieri guardavano all’occidente come una possibilità di riforma e progresso in senso liberale e democratico della propria nazione ed oggi invece si ritrovano su un lato della barricata del conflitto che non hanno mai appoggiato, non vogliono appoggiare e per il quale non sono pronti a morire.

A tal riguardo mi sento in dovere di dire che in quanto europei stiamo commettendo un errore madornale.

Negli ultimi mesi abbiamo assistito ad una serie di dichiarazioni da parte di paesi europei (e non) che hanno attaccato in maniera più o meno diretta la popolazione russa in quanto tale. Questo senza prendere in considerazione le reazioni draconiane all’inizio della guerra che sembravano quasi voler cancellare dalla vita pubblica del continente qualsiasi riferimento alla cultura russa (per esempio, il caso di Paolo Nori ha fatto il giro delle redazioni di tutto il mondo). A ciò si va a sommare il fatto che recentemente il regime agevolato per i visti russi è stato revocato dalle istituzioni dell’Unione, così come la maggior parte delle collaborazioni culturali scientifiche e accademiche. Alcuni paesi hanno addirittura negato l’accesso ai cittadini russi in toto, annullando anche visti già esistenti. In generale si sta assistendo ad un progressivo isolamento della popolazione russa dalla società europea e ad un crescere della distanza politica e culturale tra le due società.

Chiudendoci ai contatti con la popolazione russa stiamo commettendo un errore strategico che pagheremo nei decenni a venire. Infatti, la maggior parte di tali misure (come la chiusura totale dei confini) di certo non va a colpire punti strategici del sistema statale russo e non provoca pressioni sul governo in carica.

Se si guarda alle statistiche sul reclutamento militare conseguente alla mobilitazione, si noterà che la maggior parte dei coscritti viene da regioni come la Buriazia e il Daghestan. Queste sono circoscrizioni povere fatte da individui che, certamente, per la maggior parte non viaggia all’estero (non viaggia molte volte neanche in Russia) e non ha contatti al di fuori del paese. Sono quelle popolazioni che in gergo scientifico vengono chiamate “hard to reach people” e rappresentano la parte più conservatrice e integralista del paese.  

Con la chiusura completa dei contatti, chi andiamo a colpire non è la forza bellica russa ma gli intellettuali e i giovani liberali che hanno scambi con l’estero e contatti con il mondo occidentale. In altre parole, proprio le persone che sarebbero più vicine e recettive ad un messaggio di democrazia e libertà.

Chiudendo completamente le nostre frontiere e tutti i nostri contatti con la popolazione russa stiamo implicitamente dicendo alla parte liberale di essa (con cui noi abbiamo la maggior parte dei contatti) che deve restare nel paese e che è costretta a fornire supporto ad un regime in cui non si riconosce e che non vuole sostenere.

La Russia sta diventando una nazione progressivamente sempre più autocratica e se si guardano le immagini delle frontiere terrestri ai confini con la Georgia, per esempio, si noterà che le persone si stanno accalcando per cercare di lasciare il paese. In molti, infatti, non vogliono vivere sotto l’inasprirsi delle condizioni sociali o semplicemente non vogliono morire per una guerra in cui non credono, e che non ritengono necessaria.

L’Europa, a differenza di quello che stiamo facendo adesso, dovrebbe accogliere chi vuole lasciare la Russia. Dovremmo aprire le porte a coloro che ritengono che le condizioni nel proprio paese siano diventate così insostenibili da preferire lasciare affetti e carriera a casa e trasferirsi all’estero in un paese straniero, giudicato più o meno ostile dal proprio regime politico.

Queste persone, le quali una grossolana retorica anti-russa pone nella stessa cesta con i putiniani, soffriranno grandemente per essere stati alienati dalle nostre istituzioni e si ricorderanno in futuro di chi li ha supportati e di chi invece li ha abbandonati.

Alcuni credono che facendo pressione anche sull’élite liberale si possa generare sufficiente pressione da far scaturire un cambio di governo. La prospettiva è illusoria, e non rispecchia la natura sociale del paese. Il regime putiniano è in piena repressione e le comunità liberali non sono abbastanza forti da generare nessun tipo di opposizione significativa nei confronti del governo. Non si faccia neanche l’errore di riporre troppe speranze in Alexei Navalny, perché il leader di opposizione sicuramente renderà la Russia meno corrotta ma non obbligatoriamente più liberale. La Russia è un sistema sociale che funziona secondo ben definite norme collettive che non sempre rispecchiano gli standard liberali. La debolezza delle élite liberali in Russia sta nel fatto che una parte consistente del malcontento verso il regime non deriva necessariamente da una critica sui principi dei fondamenti dello stato ma dalla delusione sull’inefficienza e il malfunzionamento dei sistemi istituzionali. Una Russia più funzionale non significa quindi per forza una Russia più liberale.

Se il cambiamento avverrà, conseguentemente, esso verrà dall’interno del regime, non dai liberali. Lo scenario più probabile (ci dovesse essere un cambio di regime) è che la protratta situazione del conflitto possa compromettere interessi corporativi di figure chiave del regime putiniano, senza le quali il presidente non può mantenere in maniera stabile il potere sulla nazione.

Si badi bene: questo non significa non riconoscere le responsabilità legali della Russia come ente giuridico in relazione ai propri atti contro l’Ucraina. Ne significa accettare in maniera acritica le richieste politiche di Mosca perché mosse da una visione politica chiaramente in contrasto con i fondamenti istituzionali europei ed occidentali. L’aggressione russa viola norme relative alla sicurezza internazionale, il diritto umanitario, diritto umani etc. La Russia, in quanto ente internazionale, è però qualcosa di diverso dalle persone e dai cittadini che vi risiedono. Parafrasando le parole di Draghi durante il suo discorso alle Nazioni Unite di quest’anno: le responsabilità del conflitto ci sono e sono su un solo lato: della Russia. Non esiste nessuna discussione su quest’argomento.

Comportandoci, però, in maniera ostile verso la popolazione stiamo correndo a lungo termine verso la rovina. Forse potremo anche vincere l’odierno confronto con Mosca, ma di certo perderemo la Russia post-bellica, e perderemo quei pochi contatti con gli individui e le comunità che potrebbero cercare di portare all’interno del dibattito politico nazionale una voce affine ai valori occidentali ed europei.

Fonte foto: Yelena Afonina/TASS via ZUMA Press (https://abcnews.go.com/International/tens-thousands-russians-flee-putins-mobilization/story?id=90588897)




Uno spettro si aggira per l’Europa – lo spettro dello sciovinismo

di Matteo Elis Landricina, PD Berlino e Brandeburgo

Si è fatto un gran parlare negli ultimi mesi dello stato di salute mentale, oltre che fisica, di Vladimir Putin. Esperti di varie discipline si sono lanciati in speculazioni secondo le quali dietro alla decisione del leader della Federazione Russa di scatenare l’aggressione attualmente in corso contro l’Ucraina potrebbe celarsi un qualche tipo infermità mentale. Confesso che anch’io, come molti altri, di fronte alle mostruosità scatenate dall’ordine di invasione dato da Putin ai suoi comandanti, mi sono più di una volta chiesto se il capo del Cremlino non sia da considerarsi pazzo, nel senso clinico del termine. Troppo inverosimile e folle  sembrava nell’immediato post-invasione – e lo sembra ancora oggi – l’idea di aggredire a freddo un paese vicino, senza neanche uno straccio di provocazione, causando migliaia di morti e feriti oltre che una crisi energetica ed economica mondiale, e rischiando una degenerazione nucleare del conflitto di proporzioni apocalittiche. In realtà, a mente fredda, adoperandosi nel non facile distacco emotivo, la decisione del presidente russo appare per ciò che è, ovvero il sintomo di una tendenza politica di tipo sciovinista in atto da anni in Europa e nel mondo. Vladimir Putin vuole rendere – con i suoi metodi brutali e con il suo cinismo – la Russia great again, grande di nuovo, e per fare ciò è disposto a provocare una crisi di proporzioni mondiali.

Il putinismo, l’ideologia neo-zarista di cui si nutre il regime russo, si può far rientrare a pieno titolo nella categoria delle filosofie politiche scioviniste contemporanee, anche se si distingue in questa ultima fase per la sua particolare brutalità e per il disprezzo per tutte le norme del diritto internazionale e umanitario. Donald Trump, Jair Bolsonaro, Xi Jinping, Narendra Modi, Recep Tayyip Erdoğan, Vladimir Putin: negli ultimi anni alcune delle maggiori potenze mondiali a livello politico, economico, militare sono state governate da personalità carismatiche, nazionaliste e reazionarie. Si tratta certamente di paesi molto diversi tra di loro – alcuni sono democrazie, altri dittature – ma i governi e i regimi di cui sopra hanno tutti un trait d’union, ovvero quella particolare prospettiva che possiamo chiamare “il mio paese innanzitutto”. L’Europa per la storia che ha avuto è da questo punto di vista probabilmente il continente più a rischio di derive nazionaliste e scioviniste. Spesso a noi europei piace pensare al nostro continente come al faro della democrazia e dei diritti umani – se non nel mondo, perlomeno per quanto riguarda la massa territoriale euro-asiatica – e in buona misura certamente lo è. Non dobbiamo tuttavia dimenticare che l’Europa è anche un cimitero di imperi. Laddove vi sono oggi stati democratici, fino a qualche secolo o anche solo qualche decennio fa si ergevano grandi imperi continentali e “madrepatrie” di enormi imperi coloniali. Questo passato sarà sempre lì, un recondito “patrimonio” ideologico a disposizione di demagoghi pronti ad alimentare nostalgie reazionarie per i propri scopi di potere.

Alcuni stati europei già titolari di vastissimi possedimenti territoriali, come Portogallo, Olanda, Belgio, Austria, sembrano essersi lasciati per sempre alle spalle velleità imperiali, viste anche le proprie dimensioni geografiche ormai ridotte, ma non sono per questo necessariamente immuni al populismo reazionario. Altri invece, come la Gran Bretagna e, in misura minore, la Francia, faticano invece a staccarsi dai loro “sogni di gloria”. Così come le grandi potenze Stati Uniti, Russia e Cina sono tutte più o meno animate da spiriti eccezionalistici e anche missionaristici, anche in Europa sono ancora molti coloro che considerano il proprio paese “diverso da tutti” e portatore di una “missione storica”. Se il caso della Russia di Putin è estremo nella sua radicalità, il germe del nazionalismo e dello sciovinismo è più o meno presente in praticamente tutti i maggiori popoli europei.

L’Italia, patria fondatrice del fascismo, ha storicamente fatto tra i primi paesi europei l’esperienza dell’ubriacatura nazionalista e delle sue nefaste conseguenze. Nonostante ciò, come un alcolista incorreggibile, anche l’Italia in momenti di crisi è sempre tentata di fuggire dai problemi della realtà affidandosi all’ebbrezza del populismo e del nazionalismo, come ci hanno mostrato per ultime le recenti elezioni politiche. Gli esempi degli ultimi anni a livello mondiale ci mostrano chiaramente che il populismo neo-sciovinista arreca più o meno danni alle comunità politiche nazionali ed internazionali a seconda di quanto il sistema politico in cui si sviluppano li lascia fare. Se c’è una risposta popolare forte di opposizione, se i sistemi istituzionali, culturali e sociali di checks and balances funzionano, il nazionalismo arretra, come nel caso degli Stati Uniti e, speriamo, anche del Brasile. Se invece vengono lasciati agire, se non incontrano abbastanza resistenza, i nazionalismi dilagano e possono provocare danni gravissimi.

Personalmente mi auguro che il Partito Democratico, al di là della doverosa riflessione nei prossimi mesi – anche autocritica – su se stesso, sul proprio profilo e sulle proprie prospettive, si renda conto della responsabilità che ha in quanto principale partito di opposizione a questa destra, che andrà giudicata nei fatti ma che già si prevede potenzialmente rovinosa per il paese. L’opposizione non dev’essere in questo senso solamente l’occasione per leccarsi le ferite e riorganizzarsi in vista delle prossime elezioni, ma il momento di dimostrare all’Italia e all’Europa la propria utilità in quanto partito democratico di massa radicato sul territorio per riuscire ad arginare la marea di populismo sciovinista che si preannuncia. Questo il mio auspicio e la mia speranza in tempi purtroppo sempre più preoccupanti.

Fonte immagine: Asatur Yesayants/Shutterstock




Riflessioni di Federico Quadrelli sulle elezioni

Le elezioni politiche sono ormai alle nostre spalle. Questa volta mi trovo a scrivere una riflessione post voto nei panni non solo di un militante e dirigente locale del PD, ma da candidato alla Camera dei Deputati per l’Estero che, nonostante un ottimo risultato in termini di preferenze personali, non è stato eletto.

Una prima considerazione è personale: nonostante la mancata elezione non posso che essere molto soddisfatto e felice di avere superato le 13 mila preferenze, con le poche risorse economiche ed il poco tempo a disposizione, con un collocamento in lista non particolarmente favorevole, né aiuti di altro genere dalle strutture di partito. Un esito inaspettato per me, ma anche per molti altri, compresi coloro che forse avevano immaginato un risultato negativo e che invece non c’è stato: anzi! Questo ci dice che sì, le persone fanno la differenza e si può essere competitivi e ripartire, con ancora maggiore forza e determinazione di prima per cambiare le cose. Non mancherò di provarci, questa è una promessa. Lo devo a tutte quelle persone, tante, che mi hanno aiutato e sostenuto, a quelle persone con cui mi sono confrontato e che hanno vinto lo scetticismo inziale e hanno deciso di darmi fiducia. Lo avevo detto, e lo farò, eletto o meno, non verrò meno a nessuno dei miei propositi. Credo che anche così si possa ricostruire un legame di fiducia con l’elettorato. Senza nascondersi e senza retoriche.

La seconda considerazione è politica e riguarda il partito e più in generale il destino della sinistra nel nostro paese. Nonostante il recupero timido di appena un punto percentuale rispetto al 2018, il PD resta secondo partito mentre Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni vince. C’è di più: vince una coalizione, che nonostante le divergenze, come sempre, riesce a stare insieme nei momenti cruciali della vita politica, ossia quelli del voto. A sinistra, invece, continua lo spacchettamento all’infinito in tanti orticelli delle vanità, concetto che ho usato per la prima volta qualche anno fa e che trovo sempre molto pertinente ed utile. Sì, non ci sono motivazioni ideologiche tali da tenerci separati sempre, a sinistra, ma ogni leader di turno vuole avere il suo brandello di spazio di visibilità. E quindi eccoci smarriti nella giunga dei partitini personali dell’1 o 2% se va bene. Alla base di tutto c’è un’orribile legge elettorale, quella ideata da Rosato e che porta il suo nome, che produce effetti assurdi. Una legge che, dopo lo sciagurato e sbagliato taglio del numero dei parlamentari doveva essere cambiata in senso proporzionale, e che invece è rimasta lì.

A tal proposito resto convinto che l’opzione migliore sia una legge sul modello tedesco con lo sbarramento al 5%, dove le coalizione si fanno ex-post e non ex-ante. Perché l’idea maggioritaria spinge a coalizioni spurie, prive di condivisione di ideali, litigiose e instabili che solitamente il giorno dopo le elezioni finiscono, o, se si è fortunati, dopo qualche mese dall’inizio di un tentativo di governo. Un problema serio, che andrebbe affrontato con una riforma dei regolamenti parlamentari e con l’introduzione di una legge sui partiti. Di questo ne ho scritto nel 2020 con la prof.ssa Anna Mastromarino su Immagina, purtroppo il dibattito si arenò lì, con l’ennesima crisi di governo.

Al netto di questo aspetto oggettivo e tecnico, comunque, c’è una questione di fondo che riguarda la natura stessa del Partito Democratico da un lato e della sinistra in Italia dall’altro. Mi verrebbe da dire che in realtà la Sinistra in Italia è morta o è moribonda da un po’. Ma in realtà non è così: la sinistra è viva nel Paese, con i suoi ideali e con le sue aspirazioni, ma non trova una vera rappresentanza partitica. Ci sono troppi distinguo: centinaia di sfumature di sinistra, per ogni gusto e stagione negli orticelli delle vanità. Tuttavia, il PD, con tutti i problemi che ha, le scissioni subite e le incoerenze ed ambiguità interne – che ci sono, e non vanno confuse con la giustissima questione della pluralità di idee e opionioni –, è lì con il suo zoccolo duro di votanti, ed è sempre il secondo partito del paese ed il primo per l’opposizione, oggi. C’è un patrimonio elettorale che non può semplicemente essere preso e gettato alle ortiche nella convinzione (ma veramente?) che una volta cancellato tutto, si possa ripartire felici e contenti e con praterie infinite, con mezzo balletto.

Per questo credo che sia un errore parlare di scioglimento del Partito Democratico, così come credo sia abbastanza banale l’idea che cambiare il nome possa aiutare minimamente a rendere il progetto più credibile e forte, altro sarebbe se invece si facesse da parte gran parte del gruppo dirigente che è stato co-autore di questi fallimenti. Questo sarebbe certamente d’aiuto, ma comunque, questo, come le altre cose non risolverebbero il problema di fondo: quello ideologico-programmatico.

Nel 2018 sono interventuo all’incontro degli under 35 del PD a Roma, all’assemblea dei CentoFiori, dove affermavo che “non possiamo riconquistare fiducia se non siamo credibili, e se non siamo credibili è perché non siamo coerenti, o per lo meno non lo siamo stati” e continuavo suggerendo che si poteva tornare ad essere credibili “rispettando i nostri valori ed orizzonti”, iniziando col rispondere a tre interrogativi: (1) chi siamo? Ossia il problema della nostra identità, siamo un partito socialdemocratico – come io auspicherei –, o siamo altro? (2) che cosa vogliamo fare? Ossia il problema del contenuto, o meglio, la basa ideologico-programmatica, e (3) ultimo interrogativo quello sul metodo, ossia come lo vogliamo fare e – aggiungo – con chi?

Questo mio intervento, che trovo ancora molto attuale, era inserito in una riflessione sulla riforma del Partito e del suo statuto, cosa che sarebbe poi accaduta. Per altro, per il PD Estero, sono stato proprio io a coordinare i lavori di quella Commissione. Tuttavia, il cambiamento radicale che era necessario non c’è stato veramente. Oggi, dopo la terza sconfitta consecutiva finalmente il Segretario Enrico Letta ha aperto una fase rifondativa del partito, annunciando il congresso che dovrà però essere fatto con un percorso nuovo, anche se lo trovo molto complesso e macchinoso. E quindi, non so se sarà efficace, ma è bene che si inizi a parlarne e lo si faccia nella consapevolezza che o cambiamo veramente, o al prossimo giro non esistiamo più.

Prima di tutto credo che sia necessario aprire il dibattito per la rifondazione del partito alla partecipazione attiva di iscritte ed iscritti, dei circoli e delle federazioni, dell’Assemblea Nazionale e delle sue/dei suoi delegati, ma anche ai sindacati, alle associazioni ambientaliste, quelle per i diritti delle donne, delle persone lgbtqi, dei movimenti per il riconoscimento dei diritti di cittadinanza, le reti di italiane ed italiani all’estero. Chiedere il contributo di idee ai mondi che più di tutti in questi anni hanno sofferto la precarietà ed i suoi effetti e subito i danni delle crescenti disuguaglianze economiche e sociali, penso ai giovani, al mondo della ricerca e della scuola, della sanità pubblica, delle nuove professioni, per citarne alcuni ma la lista può continuare. Insomma, una mobilitazione ampia, nazionale e transnazionale perché il potenziale del PD è enorme, solo che il PD stesso non lo sa o fino ad oggi non ha voluto vederlo.

Poi, visto che credo che non si debba archiviare questa esperienza e buttare via il partito e tutto ciò che (ancora) rappresenta, servirà intervenire a fondo nel funzionamento del partito stesso: possiamo anche cambiare il nome, aggiungere non so, un elemento qualificante come il riferimento alla socialdemocrazia (immagino ci saranno divergenze…), ma non basta se poi le regole e le strutture son le stesse. Quindi, credo che serva (1) una struttura capace di raccogliere le istanze dal basso verso l’alto, per alimentare costantemente la costruzione della base programmatica del partito, che valorizzi la dimensione territoriale, che è indispensabile, altrimenti senza radicamento non si vincono le battaglie politiche, e prenda atto delle profonde trasformazioni sociali e tecnologiche che nel post pandemia abbiamo vissuto, ossia la possibilità di fare politica anche “online”, ampliando le relazioni nel tempo e nello spazio grazie a questi nuovi strumenti di comunicazione e (2) un set di regole chiare e trasparenti sulle modalità con cui si forma e seleziona la classe dirigente ad ogni livello e come si costruiscono quindi anche le candidature, tema serio che impatta notevolmente sulla qualità della politica che il partito poi realizza quando è in Parlamento e che può incidere negativamente sul rapporto di rappresentanza (chi rappresentiamo e come?). Infine (3) dobbiamo fare uno sforzo tale, dal punto di vista ideologico, programmatico ed organizzativo, che avvicini quelle realtà ancora esterne, che sono scettiche se non addirittura ostili per via della poca trasparenza dei nostri processi interni, per la mancata inclusione delle varie istanze che rappresentanto e per le troppe eclatanti incoerenze delle classi dirigenti degli ultimi dieci anni, ma che potrebbero essere parte coerente, e lo ripeto “coerente” dal punto di vista ideale, di un progetto che per me deve avere pochi ma saldi valori: il principio di solidarietà, l’aspirazione alla realizzazione di una società tollerante ed inclusiva, la realizzazione della giustizia sociale e dunque il perseguimento di un’equità di fatto, dal punto di vista economico e sociale (chi ha di più contribuisce di più) e naturalmente anche ambientale. Questo ci permetterà di identificare senza ambiguità gli interlocutori con cui è realmente possibile fare un ragionamento rifondativo e costituente allo stesso tempo, uniti nelle reciproche diversità, diversità che però non ci sono sui principi di base e rispetto agli obiettivi che si vogliono raggiungere e rispetto all’orizzonte a cui vogliamo guardare: la costruzione di una società più equa, solidale e giusta.

Federico Quadrelli




Il Pnrr: un’occasione per FdI e compagnia per sparigliare le carte in Europa

Di Pierantonio Rumignani, PD Berlino e Brandeburgo

Non vi è dubbio che un governo italiano in mano alla coalizione di destra-centro si darà un ruolo ben diverso in seno all’Unione europea rispetto al precedente. Sarà un ruolo antagonistico verso la Commissione e la sua tradizione europeista, più in sintonia con le posizioni di partiti come Fidesz o PiS. Come questi una coalizione di destra-centro cercherà di trovare punti di attacco per affermare la propria posizione di rottura. Uno di questi sarà prevedibilmente il Pnrr nell’ambito del New Generation EU.

Considerato il peso del nostro Paese il danno per l’Europa e il suo processo di aggregazione, già in fase di forte rallentamento e incertezza dai referendum costituzionali con esito negativo del 2005, minaccia di essere notevole. Per l’Italia la ripercussione potrà essere ancora più grave: in primis per il possibile aggravamento della situazione dell’Unione, e in secondo luogo per la possibilità di perdita, almeno parziale, dell’accesso ai fondi del Next Generation EU ammontanti a quasi 200 miliardi di euro. Questi fondi sono essenziali per un restart del paese, da anni in fase di declino economico e sociale, non essendo facilmente sostituibili da fonti finanziarie autonome a causa della situazione finanziaria caratterizzata da un forte livello di indebitamento.

Le recenti professioni di atlantismo della Meloni e i suoi toni solo apparentemente concilianti non dovrebbero trarre in inganno. Le dinamiche dialettiche interne del suo partito insieme con quelle della Lega e la doppiezza degli atteggiamenti di FI non permettono atti di particolare fiducia nei confronti della coalizione di destra-centro. I legami con i rispettivi partner europei di chiara impronta autoritaria e sovranista non potranno non avere influenza sulla politica seguita.

Dobbiamo sperare di non dovere dire fra non molto tempo, come alcuni hanno dovuto fare quando si è trattato di “tipi” come Trump, “l’avevamo previsto”. E non dobbiamo illuderci: prima dell’Italia, che figura solo apparentemente e di facciata in cima alle priorità, viene il trio Meloni-Salvini-Berlusconi con le loro corti.  

Chi desidera sapere di più in merito alla situazione e le prospettive attuali del Pnrr può proseguire nella lettura qui di seguito.

Gli interventi di Giorgia Meloni sul tema del Pnrr (1) si sono moltiplicati ultimamente. Si tratta di un terreno che vedrà verosimilmente aumentare la tensione con la Commissione europea in caso di governo di destra-centro. La nota allergia della sua coalizione verso l’UE, espressione della particolare visione culturale delle due componenti principali con perno nel sovranismo, susciterà confronti e il Pnrr offrirà un terreno in potenza particolarmente fertile – un autentico invito per chi cercasse un punto di attacco.

Già in occasione delle votazioni in Parlamento FdI non appoggiò il piano astenendosi ogni volta, con una sola eccezione di importanza secondaria (2), ma portando avanti un discorso tanto generico quanto fortemente critico segnalando un’avversione radicata che avrebbe dovuto significare nella logica palla nera se un voto negativo non avesse esposto troppo il partito quando il mondo intero o quasi si mostrava favorevole. Carlo Fidanza, esempio esemplare, proiettò il rischio di “un diluvio di tasse” e “il ritorno dalla finestra delle regole dell’austerità” nel suo intervento del 9 marzo 2021 al Parlamento europeo in occasione dell’approvazione del Next Generation EU. Si trattò in verità di osservazioni assai sorprendenti e provocatorie verso l’Unione dato che ben il 36% dei fondi di Next Generation EU destinati all’Italia sono a fondo perduto e che il resto verrà concesso sotto forma di prestito a condizioni ben più favorevoli di quelle alle quali l’Italia può rifinanziarsi sul mercato e che riparano fra l’altro il Paese da possibili e pericolose capriole dello spread.

Le prossime elezioni hanno permesso di ritornare sul tema del Pnrr. Come la carta carbone il programma del destra-centro riprende fedelmente la posizione di FdI e mette in conto una “revisione del Pnrr in funzione delle mutate condizioni, necessità e priorità”. In che direzione si intenda andare rimane tuttora nel vago secondo lo stile già noto.  In ogni caso si richiama un “efficientamento dell’utilizzo dei fondi europei con riferimento all’aumento dei costi dell’energia e delle materie prime”. Di fronte a osservazioni della Meloni a Cernobbio in cui “ ha parlato esplicitamente di diversione di una piccola parte di fondi a sostegno di misure quale il disaccoppiamento del prezzo dell’elettricità dal prezzo del gas a livello locale in aiuto dei consumatori italiani” (segnalazione Reuters del 04.08.2022) già da varie parti si sono espressi avvertimenti a non utilizzare fondi del Dispositivo per la ripresa e la resilienza per fini diversi da quelli previsti, ad esempio al fine di ridurre il costo delle bollette che sono da affrontare con altri strumenti.

Sulla base di quanto si può leggere nelle dichiarazioni dei destrogiri (così chiameremo d’ora in poi per semplicità gli aderenti alla coalizione di destra-centro) l’obiettivo apparente si concentra al momento sul settore della “Transizione verde” del Pnrr (3) – che ha come obiettivo nell’ambito del programma di Next Generation EU il raggiungimento della neutralità climatica entro il 2050 (4) – spostando il discorso sulle infrastrutture energetiche aprendo ad attività di investimento nel fossile e nel nucleare, quest’ultimo tema particolarmente caro a Lega e FI. Non a caso G. Fazzolari di FdI ricorda esplicitamente che “Il Pnrr nasce in un momento storico diverso, con una pandemia cui far fronte ma prima della guerra e dell’emergenza energetica” (5). Occorre qui tenere ben presente che tale tema è da vedere logicamente distinto da quello della profonda modifica dei prezzi assoluti e relativi delle fonti di energia nonché del forte aumento dei costi di costruzione cui stiamo assistendo in questi mesi. L’ex presidente della Commissione Finanze C. Borghi (Lega) afferma: “Non è che è un capriccio cambiare il Pnrr, la voce mutata delle materie prime rende irrealizzabili le opere già inserite fra quelle finanziabili”. Stiamo in guardia: i destrogiri amano cumulare i due argomenti in uno in modo da attribuire, grazie al secondo, un senso di ineluttabilità della revisione del Pnrr e con essa surrettiziamente un cambio di rotta nelle scelte in materia di scelta tra le fonti energetiche.

In ogni caso occorre mettere in evidenza le scelte nel campo dell’energia che i destrogiri intendono prevedibilmente perseguire, in primis: investimento nel nucleare, fonte energetica ritenuta inopinatamente meno costosa di quelle rinnovabili (6), e rafforzamento del ricorso alle fonti fossili disponibili domesticamente con accento sulle sorgenti di gas (i “pozzi di gas” volentieri citati dalla Meloni) malgrado la loro assoluta modestia e scarsa rilevanza nel bilancio globale – Italy first! Senza addentrarsi qui nel merito del nucleare è bene sottolineare che tale impostazione è chiaramente in collisione con l’approccio attuale europeo come evidenziato dallo European Green Deal e il piano REPowerEU adottato nello scorso maggio dalla Commissione. Ciò non potrebbe che rendere ulteriormente problematica se non disperata una rinegoziazione del Pnrr. 

In merito alla posizione dei destrogiri, meloniani o meno (la Meloni ha assunto una posizione prudentemente favorevole sul tema del nucleare rimandando fra l’altro curiosamente all’ipotesi della fusione nucleare, una tecnologia ancora in fase di sviluppo e lontana decenni da un possibile ma ancora assai incerto impiego: “Il nostro grande obiettivo rimane la fusione nucleare, tecnologia straordinaria sulla quale l’Italia, attraverso Eni, è messa in una posizione importante”), si vuole qui osservare e contestare:

  1. Se è vero che il l’art. 21 del regolamento del Next Generation EU, a cui essi si richiamano per forzare la mano, permette in via eccezionale a uno stato membro in caso di impossibilità di realizzare i piani programmati di chiedere una loro modifica dietro motivazione, è anche vero che il riferimento riguarda in realtà singoli stati. Il significato è chiaro: il caso non riguarda la comunità intera degli stati europei ma uno solo che è in difficoltà per proprie “circostanze oggettive”. Qualora il problema interessi tutta la comunità altri processi sono da iniziare coinvolgendo in una discussione e negoziazione collettiva. I destrogiri sostengono la necessità di un’azione isolata italiana, impresa temeraria per il suo carattere dirompente per l’Europa e ad alto rischio per il nostro Paese.
    È difficile immaginare che queste considerazioni assai evidenti siano sconosciute ai destrogiri e ciò suggerisce di vederle collegate a un’intenzionalità cosciente al fine del perseguimento di obiettivi politici su cui è opportuno riflettere.
  2. A maggiore ragione si può immaginare quanto difficile e incerto per l’Italia possa risultare un tentativo di “rinegoziare” (questo è il termine impegnativo usato nel programma della coalizione di destra-centro – non siamo nell’ambito di correzioni o miglioramenti!) il Pnrr con le autorità EU e quanto arrischiate siano state le azioni che hanno portato alla fine del governo Draghi accrescendo la pressione delle scadenze semestrali legate alle erogazioni dei fondi del Next Generation EU. Un loro mancato rispetto comporterebbe la perdita del diritto a ricevere parte dei fondi, una perdita secca per un paese come il nostro a corto di risorse finanziarie. In questo semestre è in gioco una rata di € 20 miliardi, per cominciare.
  3. Nel pieno delle turbolenze di mercato è sconsigliabile procedere, come sembrano pronti a fare i destrogiri, a una riformulazione di un piano complesso come il Pnrr allorché i prezzi sono sfalsati prepotentemente da uno shock dal lato dell’offerta. Una tale operazione, qualora necessaria, va fatta una volta che la situazione si sia stabilizzata – tra l’altro dopo una discesa dei prezzi delle materie prime calmierati dallo stesso mercato che ritrova un suo equilibrio.
  4. Alla base di una prevedibile contesa in ambito UE sul tema dell’approvvigionamento energetico nel quadro di un processo di decarbonizzazione dell’economia è anche una diversità di valori che non potrà non interessare altre aree del Pnrr.  Una volta creato un vulnus nello strumento del Next Generation EU apparirà logico e allettante per i destrogiri allargare l’azione in altri contesti congiuntamente con gli alleati naturali dei raggruppamenti illiberali al Parlamento europeo di “Identità e Democrazia” e del “Gruppo dei Conservatori e Riformisti” senza dimenticare i cani sciolti come Fidesz.  

È evidente che un voto per la coalizione di destra-centro è un voto contro l’Europa.

  • Per una presentazione power-point completa del Pnrr sul portale ufficiale del progetto (Italia domani):  ://efaidnbmnnnibpcajpcglclefindmkaj/https://www.mef.gov.it/inevidenza/2021/article_00060/Presentazione-Master-PNRR-PMST2021920STLM03-3.pdf
  • relativa all’approvazione del fondo parallelo React-EU, € 13 mrd a incremento del Fondo Regionale per lo Sviluppo
  • PNRR: Settori di intervento:
 € mrd      %
Transazione digitale 40,3 21,0%
Transizione verde 59,5 31,1%
Infrastruttura per mobilità sostenibile 25,4 13,3%
Istruzione e ricerca 30,9 16,1%
Inclusione e coesione 19,9 10,4%
Salute e resilienza 15,6 8,1%
TOTALE 191,5 100,0%
     
  • https://europa.eu/next-generation-eu/make-it-green_en
  • La Repubblica, 04.09.2022, articolo di E. Lauria
  • Vedi il corposo studio commissionato dal Partito dei Conservatori e Riformisti, cui FdI appartiene oltre, tra gli altri, al PiS polacco, lo spagnolo VOX, i Democratici Svedesi: “Road to Climate Neutrality”, gennaio 2021



La destra italiana ha sempre sostenuto la Russia di Putin e dovrebbe essere ritenuta responsabile per le proprie decisioni politiche

Di Federico Salvati, PD Berlino e Brandeburgo

In Italia abbiamo un problema di politica estera. Il paese capisce male e discute peggio le questioni estere. Diplomaticamente l’Italia è ancora un paese di un certo riguardo, l’apparato burocratico è solido e funziona abbastanza bene. Dal punto di vista tecnico non mancano le occasioni di sentirsi persino orgogliosi dell’operato istituzionale (che recentemente diventano sempre più rari).

Sentire il dibattito politico-culturale italiano in temi esteri è però come bere acqua salata. Più se ne ingerisce e più ci si ritrova assetati e insoddisfatti perché narrative bizzarre e contrastanti molte volte creano ancora più confusione e incertezze invece di rassicurare gli spettatori.

Stessa cosa con la leadership politica. Quando si guarda alle posizioni politiche sullo spettro partitico, ci si aspetta di vedere come le varie opzioni del mercato elettorale prospettino un ventaglio di possibili evoluzioni future della nostra linea e strategia estera. Al contrario, ci si imbatte in rocamboleschi salti di schieramenti che farebbero invidia al Cirque du Soleil.

È il caso della linea politica tenuta nei confronti di Mosca dalla destra italiana. L’Italia è un paese atlantista sia per tradizione che per necessità. Essendo una cosiddetta “media potenza”, la nazione ha bisogno di una politica multilaterale per restare politicamente rilevante. Sebbene i rapporti con Mosca, quindi, abbiano rappresentato una necessità sia dal punto vista economico che politico, la natura di questi rapporti ha continuamente diviso le posizioni progressiste e di sinistra da quelle più conservatrici e di destra.

Contrariamente agli anni della guerra fredda, oggi è la destra Italiana che simpatizza e guarda con interesse alla Russia. In qualità di “esperti della geopolitica”, personalità della (estrema) destra culturale italiana come Diego Fusaro, Daniele Scalea e Tiberio Graziani hanno promosso negli anni passati le idee di autori come Alain de Benoist, Yves Lacoste, Stefan Breuer (studiosi che oggi costituiscono i padri fondanti dell’ideologia populista della destra europea) ma soprattutto quelle di Alexander Dugin, noto ideologo del regime putiniano. Conseguentemente, il dibattito culturale nella destra in Italia, prima dello scoppio della guerra in Ucraina, non ha mai negato di guardare alle posizioni conservatrici nella politica russa come un modello di riferimento per lo sviluppo politico del paese Italia.

Dal momento che, come si suol dire, la mela tende a non cadere molto lontano dall’albero, si nota che la leadership emergente da questo dibattito culturale non poteva avere delle opinioni molto critiche nei confronti del regime politico russo.

Oggi tre su tre dei candidati leader del polo della destra italiana (Berlusconi, Meloni e Salvini) hanno avuto in passato posizioni di aperta simpatia nei confronti della Russia.

Non c’è bisogno di ricordare i rapporti di Berlusconi con il presidente Putin. L’ex Presidente del Consiglio fino a qualche anno fa lodava il capo del Cremlino come un “vero liberale e democratico”. Silvio Berlusconi è stato il perno geopolitico della strategia russa nel nostro paese. Fonti diplomatiche americane (Relazione Spogli) e fonti accademiche (Anton Shekhovtsov) hanno affermato che il Cavaliere e le persone intorno a lui si siano arricchite tramite provvigioni e percentuali legate alle forniture energetiche russe in Italia traendo profitto personale da una politica che ha incatenato il paese alla dipendenza dalla Russia.

In modo analogo, Giorgia Meloni, all’indomani della crisi Ucraina del 2014, si vantava di posizionarsi contro le sanzioni alla Russia perché “folli e irrazionali”. I richiami ai valori conservatrici e reazionari sostenuti da Mosca sono stati sostenuti da Fratelli d’Italia e sono rimasti costanti in questi anni. Inoltre, FdI è stato in passato apertamente accusato di aver accettato donazioni provenienti dalla Russia e da altri gruppi esteri, simpatizzanti delle posizioni populiste di destra.

La punta di diamante nella questione russa resta tuttavia Matteo Salvini. Numerose sono le prove che testimoniano i rapporti diretti dei quadri della Lega con Mosca (esempio fra tutti, il caso Savoini). Oltre a ciò, il programma elettorale della Lega del 2018 (Pagina 22) affermava che la Russia non costituirebbe una credibile minaccia militare, bensì un potenziale partner per la Nato e l’Ue. Si invocava addirittura un rovesciamento della lealtà ai vertici atlantisti e un approfondimento dei rapporti con Mosca, il cui intervento in Europa avrebbe, secondo il Lega-pensiero, aiutato a stabilizzare lo scenario politico.

All’indomani della guerra in Ucraina, tutti i leader della destra italiana hanno dichiarato a gran voce la propria fede nell’atlantismo e nei valori occidentali, prendendo dunque le distanze dal regime putiniano. Giorgia Meloni si è persino guadagnata le attenzioni non esattamente positive del giornale russo di regime Pravda, su cui venne pubblicato un articolo che denunciava l’inversione a “u” della capa dell’esecutivo nazionale di Fratelli d’Italia. L’autore dell’articolo definì la scelta della Meloni “la via dell’abisso”, in base alle dichiarazioni pro-atlantiste della stessa.

Vale il detto che chi non cambia mai idea non sia necessariamente una persona di cui prenderemmo ad esempio le capacità intellettive. Ognuno ha il diritto di evolversi e, riguardando a posizioni e scelte passate, dichiarare di aver preso un abbaglio. Le opinioni mutano e il fatto non è intrinsecamente sbagliato. Oggi, tuttavia, alla vigilia delle elezioni nazionali italiane siamo chiamati a scegliere i nostri rappresentati per la loro capacità di giudizio su fatti politici. Andando alle urne, dobbiamo quindi porci una domanda specifica: è possibile accettare che la destra italiana ricusi senza conseguenze due decenni di posizioni apertamente filo-putiniane liquidando il tutto con: “scusate, abbiamo preso un abbaglio”? Non dovremmo, invece, ritenere questi signori (e signore) responsabili politicamente per aver sostenuto con così tanta convinzione la leadership violenta e criminale di un paese estero in nome del proprio arrogante e ammiccante realismo? Desideriamo veramente che a questi cittadini sia dato il compito di esercitare discrezionalità politica sulle decisioni fondamentali che il paese aspetta? A mio parere, non dovremmo. Mi aspetto una qualche forma di responsabilità per l’operato politico portato avanti per due decenni dalla destra italiana, con coerenza e costanza. Rimane il fatto che l’Italia, contrariamente alla Russia, è un paese libero che permette a ciascuno di formulare il proprio giudizio politico e morale, votando di conseguenza.

Buone votazioni a tutte e a tutti!




Il reddito di cittadinanza: per l’Italia uno strumento solidale senza alternativa e un modo per essere in Europa

Di Pierantonio Rumignani, PD Berlino e Brandeburgo

Giorgia Meloni ha definito il costo del RdC “esorbitante”. Su quale base? Non lo dice. Le viene in aiuto Silvio Berlusconi che chiede il suo dimezzamento. Mentre il terzo della compagnia, Matteo Salvini, che dirige un partito che al governo fu parte attiva nell’introduzione del RdC, non può permettersi di fare apertamente l’affossatore e si concentra sull’inasprimento delle condizioni di accesso ai sussidi. Sorprende ancora una volta come il terzetto non faccia alcuno sforzo per gettare un occhio oltre i nostri confini su come altri sistemi molto simili funzionino – nessuna sorpresa: non lo fa anche nei casi del salario minimo e della flat-tax. Si accorgerebbe che la musica oltre le Alpi, pur con tutte le cautele nell’utilizzo di uno strumento di difficile impiego, è molto diversa.

Il breve allegato mostra alcuni risultati salienti del RdC a tre anni dalla sua introduzione nel marzo 2019. Mentre il contrasto alla povertà, pur rivelando un bisogno di ricalibrazione come proposto nella Redazione del Comitato Scientifico , ha registrato risultati positivi tangibili con un aumento del sussidio dal 5.5% del reddito mediano equivalente nel 2017 (al tempo del REI) al 23,9% nel 2019 fornendo sostegno nel 2021 a 3,9 milioni di persone, si è molto distanti dal realizzare uno strumento efficace per l’inserimento nel mondo del lavoro, il secondo obiettivo del RdC, attraverso la riqualifica e l’utilizzo di efficienti strutture amministrative di matching, un annoso e noto problema che predata il RdC. Le risorse finora impiegate per questo secondo obiettivo appaiono tuttora inadeguate per fare la “differenza” nel colmare il forte divario tra quanto offerto dalle risorse umane da reinserire e le qualifiche professionali richieste dalle imprese . Un maggiore sforzo, finanziario e organizzativo, appare qui necessario.

Ma guardiamo all’esempio della Germania per avere un confronto immediato e parliamo in primo luogo degli importi. A fronte di una spesa di 8,8 miliardi di euro in Italia (2021) la Germania spende per un meccanismo analogo ma di dimensione ben maggiore (Sussidio di base per persone in cerca di lavoro, detto Hartz IV – Grundsicherung für Arbeitsuchende, Libro II, SGB) ben 44,3 miliardi di euro così composti, includendo anche i costi amministrativi (BfA, 2020 – non conteggiate sono le spese una tantum a favore dei beneficiari in situazioni particolari):

               € mrd.
  Sussidio di disoccupazione II e assegno sociale 14,7
  Sussidi aggiuntivi per l’affitto e il riscaldamento 14,0
  Sussidi aggiuntivi per l’assicurazione sanitaria 6,0
  Costi dell’integrazione nel mondo del lavoro 4,0
  Costi amministrativi e altro 5,6
  TOTALE 44,3

Gli aventi diritto sono in Germania attualmente (“Leistungsberechtigte”, luglio 2022) 5,3 milioni contro 3,9 milioni in Italia (fonte: Osservatorio INPS). Nel 2021 sono state integrate in Germania nel mondo del lavoro 900 mila persone, ovvero circa il 24% dei beneficiari in essere contro un 4,5% nel nostro Paese.

Naturalmente anche in Germania la discussione è robusta tra i partiti conservatori e la sinistra della SPD e i verdi. Non abbiamo tuttavia in cantiere tra i primi il progetto di un’abolizione del sistema attuale. La loro reazione, per quanto vivace, di fronte agli ultimi annunci del ministro Heil (SPD) relativi al superamento del sistema attuale in senso più generoso verso i beneficiari dei sussidi è stata quella di un richiamo allo stesso spirito della legge attuale (“Fördern uns Fordern” = incoraggiare ed esigere).

In Italia la discussione si trova in forte ritardo rispetto a quella tedesca.

Mentre il PD, un tempo restio, si dichiara ora apertamente convinto dell‘utilità dello strumento del RdC i partiti della coalizione di destra-centro fanno a gara nell’esprimere forti critiche al riguardo – anche a costo di rivelare nei loro argomenti forti contraddizioni con dati e fatti a disposizione. Una volta di più tali contraddizioni vengono annegate secondo sistema nella dialettica usualmente aggressiva delle loro dirigenze.

La Lega, dovendo rimanere in qualche modo coerente con la propria decisione favorevole all’introduzione del RdC nel 2019, non spinge sulla sua abolizione ma cerca la propria soluzione del problema nell’inasprimento delle condizioni per la concessione del sussidio dimenticando totalmente la grave problematica relativa alla qualifica dei beneficiari. Salvini, che ama le maniere forti e spicce, porta avanti la sua proposta primitiva (intervento al Caffè de la Versiliana a Marina di Pietrasanta) in questo modo: „Come lo si modifica (il RdC, ndr)? Lasciandolo a chi non può lavorare mentre per chi può lavorare se rifiuti anche una sola offerta perdi subito il beneficio.” mostrando di vedere in ogni lavoratore solo uno scansafatiche inveterato che mira unicamente a intascare il sussidio. L’opportunità della riqualifica, anche nell’interesse dei datori di lavoro, viene messa apparentemente in soffitta ritenendo che basti la volontà di lavorare per far scaturire l’impiego, anche se sottopagato.

Una posizione simile, anche se in termini diversi, viene assunta da FdI ove la sua segretaria nazionale la mette sul piano della cultura, che in realtà nel suo partito non sembra essere troppo di casa, per giustificare una chiusura netta e irrevocabile (intervento su Radio24): “Sono 4 anni che assumo toni duri su una misura culturalmente sbagliata. Uno Stato giusto distingue l’assistenza a chi non può lavorare e il sostegno per chi lavori mentre noi abbiamo messo tutti sullo stesso piano. Se le stesse risorse destinate al reddito di cittadinanza le avessimo date, per la stessa quota, alle imprese per assumere le persone, oggi avremo meno disoccupati e a carico dello Stato.” Evidentemente Giorgia pensa che „chi non può lavorare“ e „chi lavori“ siano due categorie a compartimenti stagni negando sostanzialmente funzione alla riqualifica. In questa logica il problema sarebbe risolvibile dando i fondi del RdC agli imprenditori e abbassando i costi di assunzione. In questo modo Giorgia si trova come Salvini palesemente in conflitto con la realtà che mostra quanto grandi siano le difficoltà delle imprese a trovare il personale con le qualifiche da loro richieste, risolvendo tutto in una questione di prezzo e costo e lasciando a terra il lavoratore senza sostegno economico nel caso questo non trovi rapidamente occupazione.

Ma le osservazioni sul Giorgia-pensiero non si fermano qui: una volta messo il lavoratore disoccupato nel girone di „chi non può lavorare“, questo non ne può presumibilmente più uscire se non per raro accadimento, venendo bollato come percettore di elemosina per il resto della sua esistenza.

FI invece, spazzando sotto il suo capace tappeto le parole di aperto elogio per lo strumento del RdC pronunciate ripetutamente da Berlusconi l’anno scorso – diciamo a posteriori: evidentemente per tornaconto politico immediato – e non dimentico dello stato problematico delle nostre finanze malgrado si parli di un esborso per il RdC (dato del 2021) dell‘1,4% della spesa pubblica misurata sull’ultimo anno precedente il Covid (2019), si pone nel ruolo del Ministero delle finanze (intervista a Berlusconi su Money, 11.08.2022) indicando l‘obiettivo di recuperare „4 miliardi dalla riformulazione del reddito di cittadinanza (ovvero quasi la metà della spesa del 2021, ndr), che deve diventare una misura a favore di chi non può davvero lavorare“, concetto del tutto incerto su cui anche lui batte.  

Fatto sta, nella confusione delle varie posizioni degli attori, che il programma della coalizione di destra-centro si pronuncia manifestamente contro il RdC – peraltro in modo vago e indeterminato e pure in contraddizione con alcune delle posizioni richiamate sopra – proponendo semplicemente una non meglio definita „sostituzione dell’attuale reddito di cittadinanza con misure più efficaci di inclusione sociale e di politiche attive di formazione e di inserimento nel mondo del lavoro” senza altra precisazione.

La sola abolizione o forte ridimensionamento del RdC unitamente alla flat-tax e al rifiuto dell’introduzione del salario minimo mette in evidenza la linea della coalizione destra-centro a favore di un alleggerimento del peso fiscale per le classi più abbienti e una riduzione della spesa sociale – questo anche quando essa è destinata a incrementare l’efficienza del sistema economico – così nel caso del RdC quando uno degli effetti è quello di incrementare la popolazione attiva a sostegno di una anemica crescita economica.

Il contrasto non può essere più netto con le posizioni a favore del RdC dei partiti opposti alla coalizione di destra-centro, inclusa Azione che nella persona di Calenda ha fatto sapere due giorni fa in un incontro elettorale a Catania di non essere “contraria al reddito di cittadinanza. Chi non può lavorare, non è in condizioni di farlo, deve continuare a prenderlo. Chi può lavorare deve essere formato.” Il pensiero non è “pulito” perché solleva domande sul tema della reintegrazione generalmente difficile delle persone disoccupate da lungo tempo ma manifesta l’accettazione del principio di un RdC, malgrado il nome infelice e fuorviante.

Qui si invita apertamente chi andrà prossimamente a votare a tenere conto delle argomentazioni sopra esposte senza dimenticare che la ragione principale di misure come il RdC è il sostegno delle classi meno abbienti in una società che non può e non deve dimenticare il dovere morale di favorire un’esistenza degna e dignitosa per tutti i suoi cittadini.

ALLEGATO

L’introduzione, dopo un timido inizio con il Reddito di Integrazione (REI), del Reddito di cittadinanza (RdC) ha rappresentato un tardo adeguamento del nostro sistema di protezione sociale a quanto è già da anni fatto acquisito nella stragrande maggioranza dei paesi europei.

Come altrove lo strumento viene definito, quale sostegno „di ultima istanza“, attraverso il perseguimento di due principali fini a beneficio delle famiglie a basso reddito con componenti in età di lavoro e non inabili:

  1. Contrasto alla povertà: mediante l’integrazione del reddito familiare attraverso un sussidio economico fino a determinati massimali ed eventuale contributo addizionale a copertura di costi per l‘affitto della propria abitazione
  2. Migliore inserimento o reinserimento nel mondo del lavoro: mediante un percorso personalizzato di accompagnamento all’inserimento lavorativo e all’inclusione sociale

Ricordando a) che esiste oggi un consenso internazionalmente esteso sull’opportunità di un duplice intervento, di reddito e di riqualifica, a sostegno dei lavoratori con basso reddito e dei loro nuclei familiari e b) che le critiche al tempo dell’introduzione del RdC si concentrarono fondamentalmente sul suo costo  e la generosità delle sue regole e non sul suo indirizzo[1], si resta sorpresi come negli ultimi tempi ci si pronunci nella coalizione di destra-centro in modo apertamente contrario agli stessi principi che lo informano e che ne giustificarono l‘introduzione.

Il RdC si qualifica, per quanto riguarda il primo fine di cui sopra, ovvero il contrasto alla povertà, di una forma condizionata di „minimo reddito garantito“ e non di un reddito corrisposto senza condizioni a tutti i cittadini, altrimenti detto „reddito di base“, come il nome del programma potrebbe invece indurre erroneamente a pensare. Tale ulteriore tema è in realtà distinto e attende ancora di essere propriamente affrontato.

A tre anni circa dall’entrata in vigore del RdC i risultati si lasciano per molti versi apprezzare a dispetto delle critiche per quanto riguarda l’obiettivo di contrasto alla povertà: nel 2021 sono state sostenute 1,8 milioni di famiglie, ovvero 3,9 milioni di persone, con un esborso totale di 8,8 miliardi di euro e un importo medio di 546 euro (fonte: INPS). Ciò ha permesso di elevare il beneficio economico ricevuto dalle famiglie beneficiarie (inclusi i contributi per l’affitto) al 23,9% del reddito mediano equivalente (dato 2019 – media UE 2017: 11,1%), in forte aumento rispetto al 5,5% rilevato nel 2017.

Il grafico qui allegato tratto dalla recente Relazione del Comitato Scientifico mostra non solo un confronto tra i vari livelli di beneficio dallo strumento del reddito di ultima istanza (in l’Italia: RdC) come percentuale del reddito mediano equivalente ma include per un paragone più completo (con riferimento, per l’Italia, anche al dato aggiuntivo per il 2019) anche altre fonti di sussidio che in Italia sono più modeste che nella maggior parte degli altri paesi. Secondo tale statistica l’Italia figura al quarto posto per generosità della somma degli interventi dopo i Paesi Bassi, Finlandia e Irlanda. È tuttavia da non dimenticare che i salari italiani si situino generalmente al di sotto delle medie europee rendendo meno lusinghiero il suo posizionamento. Graduatorie sulla base di altri criteri vedrebbero l’Italia in una posizione decisamente meno favorevole.

A quanti possono sentirsi tentati di osservare come il nostro Paese, oberato da un alto debito pubblico, si sia avventurato in un sostegno eccessivamente generoso a favore della popolazione in stato di bisogno si può a buona ragione opporre, come si osserva nella Relazione, che solo circa 37.000 famiglie su un totale di 1,6 milioni di nuclei che hanno beneficiato fino ad oggi del RdC (un mero 2,3%) godono di un reddito complessivo, incluso RdC, superiore alla soglia di povertà assoluta.

Il dente duole invece relativamente al raggiungimento del secondo obiettivo del RdC, l’inserimento nel mondo del lavoro. Gli ultimi dati pubblicati[2] (aprile 2022 – nota 8, Anpal – Agenzia Nazionale politiche Attive del Lavoro) riferiscono che al 31 dicembre 2021 solo il 45,6% (ovvero 385 mila) delle persone non esonerate al PPL-Patto Per il Lavoro era stato „caricato“[3]. Pur considerando ritardi non quantificati dovuti all’emergenza Covid-19, la durata media del processo fino al termine della sola analisi preliminare indicata nella Relazione appare oltremodo lunga:

Non soltanto il processo appare eccessivamente protratto – la Relazione richiama qui l‘insufficienza del personale adibito cui le recenti „finanziarie“ cercano opportunamente di ovviare con maggiori stanziamenti – ma i beneficiari stessi del RdC rivelano di avere una qualifica troppo bassa per soddisfare l’offerta di lavoro rendendo difficoltoso il processo di reintegrazione. Alla fine dell’anno scorso solo il 23% dei non esonerati dalla stipula del PPL era „vicino al mercato del lavoro“ (con cessazione dell’ultimo rapporto di lavoro nei tre anni precedenti – e solo l‘11% nell’anno precedente) mentre coloro che erano „lontani“(senza esperienza di lavoro negli ultimi tre anni) rappresentavano ben il 57% (fonte Anpal).  

Purtroppo non sono rilevabili statistiche che indichino il numero delle persone reintegrate nel mondo del lavoro grazie al RdC. Si tratta in ogni caso di un compito particolarmente arduo evidenziato dalla disparità tra offerta di lavoro e capacità di quanti cercano impiego come il Bollettino Excelsior di Unioncamere/Anpal rivela: „Ad agosto (2022 ndr), la difficoltà di reperimento dichiarata dalle imprese riguarda complessivamente il 41,6% delle assunzioni programmate (8,9 punti percentuali in più rispetto allo scorso anno).

Fonte: Relazione del Comitato Scientifico per la valutazione del Reddito di Cittadinanza 

[1] Un esempio fra i tanti in cosiderazione anche di una breve panoramica nei vari paesi europei: „Reddito di cittadinanza: un confronto con l’Europa“, Osservatorio CPI, Università Cattolica di Milano, 2018

[2] Nota 8, aprile 2022, Anpal – Agenzia Nazionale politiche Attive del Lavoro

[3] La Relazione distingue i passi seguenti: 1. Avvio presa in carico 2. Completamento analisi preliminare 3. Firma del patto (PaIS) 4. Monitoraggio del caso.
„Il percorso di presa in carico PaIS (PaIS) si compone di diverse fasi. Le attività di valutazione dei bisogni e delle risorse delle famiglie si concludono con la firma del Patto per l’Inclusione Sociale e la definizione di obiettivi, sostegni e impegni per la famiglia. Dopo la firma del PaIS, le famiglie inizieranno a ricevere i sostegni previsti e gli impegni verranno monitorati dall’assistente sociale. La durata del Patto può anche eccedere la durata della erogazione del beneficio economico“ (Relazione del Comitato Scientifico per la valutazione del Reddito di Cittadinanza)




Comunicato ufficiale sulla candidatura di Federico Quadrelli alla Camera dei Deputati – Elezioni 2022

Il Circolo PD Berlino e Brandeburgo è felice di vedere nella lista dei candidati PD per la Camera Federico Quadrelli, già Segretario del circolo e ora Presidente della federazione PD Germania. Il lavoro di questi anni, fatto d’incontri e approfondimenti con circoli in Europa e in Italia, di collaborazione con la SPD e la politica tedesca, di contributi forti al lavoro del partito, non ultimo il coordinamento della commissione che riformato lo Statuto PD Estero, è stato riconosciuto e premiato. Federico Quadrelli ha avuto un forte sostegno dei circoli PD in Germania e di altre federazioni in Europa. Riteniamo che sia una candidatura forte che può coinvolgere fasce di popolazione che fino a oggi non si sono sentite rappresentate, come i giovani, ma non solo. Un impegno politico chiaro sui temi dell’uguaglianza, della giustizia sociale, della lotta alle discriminazioni, in particolare sui diritti di cittadinanza, i diritti LGBTQI e per la parità di genere. Un europeo, un attivista espressione dei territori con grande esperienza politica e una forte sensibilità a nuovi temi, come quello ambientale. La nostra comunità è lieta di questa scelta ed è pronta a sostenere Quadrelli in questa campagna elettorale.

La Segreteria