1

„It’s the economy, stupid“, negli USA come da noi

Di Pierantonio Rumignani, PD Berlino e Brandeburgo

Tutto sembra indicare che i democratici USA riusciranno alla fine a salvare di giustezza la loro pelle dall’assalto del GOP nelle attuali elezioni di medio termine – diciamo meglio: per questa volta, poiché un reazionario insidioso al pari di Desantis già scalpita dietro le quinte. Molti commentatori hanno lodato, dopo un incerto altalenarsi di opinioni, la scelta del partito blu di puntare principalmente sui temi dei diritti e della minaccia impedente sulla democrazia USA evitando per quanto possibile uno scomodo confronto sul tema dell’economia. Io dubito fortemente di questa interpretazione. Non perché non sia convinto del fatto che i temi di cui sopra siano stati, nella somma dei fattori, determinanti ma perché, malgrado l’eccezionalità dei tempi, avremmo dovuto aspettarci un fallimento elettorale senza appello dei repubblicani solo per il fatto di cavalcare tesi palesemente menzognere a sostegno di qualcuno che ha tentato un vero e proprio colpo di stato, un precedente inaudito per la democrazia americana. Ciò mostra in realtà, a parte evidenti problemi connessi alla diffusione e accettazione di fake news e di teorie cospirative, quanto peso abbiano i temi economici presso gli elettori nelle considerazioni di voto. I repubblicani li hanno usati come argomento principale, accanto a quello della criminalità, nella loro campagna contro i democratici – questo in una situazione in cui il partito al governo ha mostrato evidenti difficoltà a trasmettere quanto di positivo sia stato fatto dall’amministrazione in carica nei suoi due anni di governo a dispetto di due crisi di vaste proporzioni e gravi conseguenze innestate dalla pandemia del Covid e dall’invasione russa dell’Ucraina1.

Un’altra dimostrazione lampante di quanta importanza abbiano i temi economici in una contesa elettorale ci è stata fornita recentemente dalle elezioni presidenziali brasiliane ove un’inattesa svolta congiunturale positiva, sostenuta dall’accelerazione di un depredamento dissennato delle risorse naturali, ha mancato per poco di premiare un personaggio altamente tossico come Bolsonaro contro Lula da Silva, un avversario dato per favorito e dalle comprovate qualità democratiche malgrado la penalizzazione derivante da passate vicende di corruzione – vedi in particolare lo scandalo del lava jeto.

Che l’elettore usi sovente linguaggi diversi quando parla e quando vota è cosa conosciuta, mostrandosi particolarmente sensibile alle ragioni del portafoglio nella seconda situazione. Il fatto che valga il detto „It’s the economy, stupid“ come ripetevano gli strateghi della campagna elettorale di Clinton nel 1992, consci dell’importanza di presentarsi competenti in materia di economia, non dovrebbe però scandalizzare chi premia gli aspetti etici rispetto ai temi di bassa pianura dato che dalla capacità di un paese di creare reddito e progresso economico dipende anche il soddisfacimento di una domanda sociale in costante aumento a fronte di cambiamenti radicali delle strutture produttive dell’economia e della necessità, drammatica ed esistenziale per l’umanità intera, di salvare l’habitat in cui viviamo.

Questa semplice ma fondamentale constatazione vale naturalmente anche nel nostro paese e dovrebbe guidare quanti chiedono, con molte ragioni, una ridefinizione della politica e del posizionamento del Partito democratico. Come potrebbero infatti condurre a durature vittorie elettorali programmi in cui si privilegiano l’affermazione di legittimi diritti e una migliore redistribuzione di un reddito che rimane tuttavia condannato a stagnare e a rimanere modesto – questo in una situazione ove non solo la spesa sociale ma tutto il grande resto, dall’ambiente e l’energia fino all’insegnamento e le infrastrutture inclusa la sanità, reclama interventi forti? Tra i numerosi esempi: come procedere senza adeguate risorse al tanto necessario dispiegamento di un reddito di cittadinanza nella riqualifica e ricollocazione dei senza lavoro? Il solo confronto tra la spesa annua in tale campo in Germania (SGB II) e in Italia (Rdc) – rispettivamente nel 2020 e 2021: € 44 mrd. e € 9 mrd. – offre un’indicazione plastica della dimensione del problema e del compito di fronte al quale si trova il nostro paese.

Non può essere ripetuta abbastanza l’osservazione secondo la quale buona parte delle difficoltà nell’ultimo ventennio dei governi italiani e con essi del PD, per quanto ne facesse effettivamente parte, sono dipese dalla mancanza di risorse dovuta principalmente alla crescita carente dell’economia che ha invariabilmente limitato gli interventi. La dimostrazione al contrario può essere cercata nel periodo del centro-sinistra degli anni ’80, per lungo periodo a direzione socialista con Bettino  Craxi, allorché si scelse, in presenza di tassi di interesse ben più alti di oggi e di un forte rallentamento della crescita economica, la strada della spesa generando un’impennata dell’indebitamento pubblico rispetto al PIL da poco oltre il 60% all’inizio del decennio a ben oltre il 90%, raggiungendo poi il 120% con il primo governo Berlusconi nel 1995 (vedi grafico). Ciò costrinse, anche in vista della creazione dell’euro al tempo dell’Ecu, a una robusta frenata, compito non invidiabile che toccò principalmente, dopo la breve parentesi „tecnica“ di Dini con l’appoggio esterno del PDS, ai governi di sinistra, a cominciare dal Prodi I mentre i governi Berlusconi si comportarono sostanzialmente da comparse in contraddizione con i loro stessi proclami. Si tratta di un filo rosso che ha accompagnato la politica italiana fino ad oggi legando la sinistra, non solo moderata, al ruolo dell’attore prudente nella spesa pubblica danneggiandone l’immagine presso il proprio elettorato.

Detto in maniera metaforica: la crescita dell’economia deve essere vista come la benzina che permette al motore della società di muoversi verso una ripartizione più equa del reddito attraverso una politica sociale avanzata. In una situazione, come in Italia, di bassa crescita, alto indebitamento dello stato – ora tanto più pesante a causa di tassi di interesse in salita – e alta imposizione fiscale la libertà di movimento è particolarmente limitata per un governo in termini economici e proibitiva in termini politici. A meno di una riduzione della spesa pubblica – preferito campo di gioco dei conservatori che chiudono volentieri il rubinetto di quella sociale – ogni impegno finanziario aggiuntivo dello stato non può che essere sostenuto da nuove imposte ove il nostro paese ha già raggiunto livelli molto elevati. Questi ne fanno un percorso periglioso dove è, e sarà difficile, trovare maggioranze in futuro.

Poiché sono di „tutti“, questi problemi influiranno pesantemente anche sulle azioni del presente governo di destra che si troverà a dovere rispettare promesse fatte in campagna elettorale senza avere lo spazio finanziario di manovra necessario. Lo vediamo già in questi giorni nell’estenuante ricerca di una quadra con i pochi fondi disponibili che finisce in un esercizio di elargizione di sostegni in piccole dosi, non di rado destinati a gruppi ristretti di beneficiari come l’aumento dei „fringe benefits“ a € 3mila per un solo anno cui possono attingere secondo alcuni calcoli solo 2,5 milioni di cittadini, o destinati a un successo assai scarso come quota 41 con il vero e mezzo taciuto intento di rinviare di un anno l‘urgente riforma del sistema pensionistico – una manovra che sembra ironicamente fatta apposta per limitare la spesa dato che il cosiddetto tiraggio – ad esempio secondo le previsioni della Cgil – dovrebbe essere basso a causa dell’entità della rinuncia di reddito per chi esercita l’opzione così come è già stato per quota 102. Per il resto siamo nell’attesa di misure spicciole e dedicate prevalentemente alla clientela di destra, in particolare a elementi della piccola borghesia e bottegai, tra cui una flat tax in un’edizione bislacca „FdI“ e condoni fiscali contrabbandati come elementi di una „pace sociale“ in una situazione in cui l’evasione ricomincia a salire in alcuni settori (dettaglio significativo in questo contesto: il „tax gap“, ovvero il rapporto tra le imposte percepite e quelle potenziali, riguardo all’Irpef ha raggiunto nel 2021 presso i lavoratori autonomi e le imprese ben il 68,3% – !!; fonte: „Relazione sull’evasione fiscale“ presentata lo scorso 5 novembre)

Per il resto non si possono cogliere presso la coalizione di governo, neanche nelle riflessioni alla base delle misure da programmare, espressioni autentiche di linee guida per un miglioramento della dinamica economica e della produttività nonché formulazioni, aliene alla coalizione di destra, di un nuovo indirizzo della fiscalità e della contribuzione sociale meno sperequante con il fine principale di garantire in prospettiva a ogni residente in Italia (e non solo a chi ha la cittadinanza!) un’esistenza dignitosa e vivibile.

Se da questo lato non si può essere ottimisti, quanto detto dovrebbe però anche significare un’occasione imperdibile per la sinistra di contrastare l’azione del governo attraverso un messaggio puntuale e organico mobilitando le proprie risorse e gli esperti dei vari settori ad essa vicini, ad esempio già in vista del congresso del PD in fase di organizzazione. Non solo: ma si potrebbe immaginare di dare forma a un „governo ombra“ sul modello britannico con il compito di perseguire un contraddittorio serrato e continuo trasportando il proprio messaggio mediante l’utilizzo dei moderni mezzi di comunicazione. Le conferenze programmatiche annuali potrebbero fornire l’occasione puntuale in questo contesto per un confronto delle posizioni al fine di una loro conferma o modifica, anche profonda.

I temi da affrontare in campo economico, senza trascurare quelli di valenza più spiccatamente sociale che qui non menziono, sono assai vasti e vanno da una ridefinizione del ruolo dello stato nell’economia (nel senso di stimolo anche finanziario delle attività economiche ma sostanzialmente fuori dalle logiche di intervento gestionale diretto se non in particolari situazioni di interesse pubblico) con un rafforzamento e ammodernamento delle sue strutture (tra l’altro soggette da anni a un blocco indiscriminato delle assunzioni con conseguenze altamente negative nel tempo), un aumento della popolazione attiva (in Italia la seconda più bassa in Europa), una ripresa degli investimenti, privati e pubblici, incluso un maggiore impulso alla creazione di nuove attività imprenditoriali, fino a misure più indirette e a lungo termine come l’ammodernamento e il rafforzamento dell’istruzione (in particolare, ma non solo, di quella terziaria ove il ritardo dell’Italia è statisticamente più sensibile) e al completamento della riforma dell’ordinamento e sistema giudiziario.

Qualcuno si potrà mostrare contrariato di fronte a una tale lista, soprattutto se vede l’aspetto redistributivo tra le classi in cima alle priorità secondo il principio per il quale a maggiori salari corrispondono minori guadagni per il capitale senza altra considerazione particolare in merito al livello del reddito nazionale. Riconoscendo la validità del concetto di interessi tra loro contrastanti tra lavoro e capitale, soprattutto a livello microeconomico, preferisco lasciare qui da parte altre considerazioni – in particolare sull’importanza centrale della funzione nell’economia della domanda effettiva di derivazione keynesiana – per evitare di cominciare discussioni teoriche. Richiamo però l’attenzione ancora una volta (sperando nella comprensione di chi legge e ringraziando) sul profondo significato, per un partito che aspira a una leadership di governo, della svolta di Bad Godesberg della socialdemocrazia tedesca allorché sostenne la trasformazione del partito di classe („Klassenpartei“) in un partito del popolo („Partei des Volkes“)².  Chi governa ha il compito di pensare alla totalità del paese verso il quale esercita la propria responsabilità senza peraltro rinnegare né le proprie origini storiche né i suoi obblighi verso le classi da cui proviene la propria base elettorale e che verrebbero in realtà danneggiate da una visione esclusivamente particolaristica della politica.

1  Il governo USA ha varato in questi ultimi due anni misure importanti e ingenti nell’ambito di una agenda globale „ Build Back Better“ che comportano una spesa totale nei prossimi dieci anni pari a US$ 3,8 bilioni e che comprendono cinque misure chiave:

  1. American Rescue Plan per contrastare la pandemia
  2. Infrastructure Investment and Jobs Act a sostegno della base economica del paese
  3. Inflation Reduction Act a sostegno della spesa sociale e a protezione dell’ambiente
  4. Chips and Science Act per il miglioramento della competitività dell’economia
  5. Buy American Regulations a protezione dell’industria statunitense

„Die Sozialdemokratische Partei ist aus einer Partei der Arbeiterklasse zu einer Partei des Volkes geworden“ (SPD, Godesberger Programm – 1959)

Foto:

Autore: Alessandro Arena 

Copyright: Alessandro Arena




Su quel femminismo che fatica e arranca (soprattutto in Italia)

Dopo l’elezione di Giorgia Meloni è chiaro che c’è bisogno di parlare di femminismo. Il dibattito è complesso e delicato ma a mio parere fondamentale.

Di Federico Salvati, PD Berlino e Brandeburgo

Come sostiene Linda Martín Alcoff, il concetto di femminismo ha molteplici sfaccettature e la parola in sé, come tanti “–ismi”, descrive più un dibattito tematico che un approccio unitario e coerente alla realtà sociale.

La maggior parte delle persone però non seguono assiduamente i dibattiti accademici e non credo di mancare di troppo il bersaglio se dico che il femminismo è comunemente inteso come una dottrina che predica la redenzione e l’equalizzazione del genere femminile contro la discriminazione sistematica e strutturale di genere nella società.

Al tempo stesso non credo di affermare nulla di estremamente controverso se dico che il femminismo è storicamente (e nell’immaginario di tutti) classificato come una dottrina che guarda a sinistra. Il ruolo della donna inteso come “angelo del focolare” invece è normalmente appannaggio della destra tradizionalista.

Date queste premesse, è normale che l’elezione della Meloni (leader del partito più reazionario che sieda in Parlamento) stoni un pochino con questa narrativa e la questione ha chiaramente creato confusione.

Quale che sia la nostra affiliazione politica bisogna, comunque, riconoscere che si tratta di un risvolto per lo meno bizzarro. Le stranezze però portano con sé sempre un’opportunità di riflessione e in quest’occasione possiamo riflettere sul ruolo del femminismo come dottrina di redenzione sociale e sugli accadimenti politici nella società occidentale. Attenzione, con ciò non intendo discreditare né il femminismo in sé, né l’uguaglianza di genere. Al contrario, vorrei che tutti noi come attivisti e difensori della giustizia sociale ci sforzassimo di capire come fare in modo che in futuro il nostro operato sia migliore e più efficace.

Detto questo, passiamo alle note dolenti. L’elezione della Meloni, da buon uomo democratico e progressista quale sono, per me rappresenta l’ultima di una lunga serie di delusioni in questo campo. Lungi dall’essere un’eccezione, mi sembra che sia ora di riconoscere una spiacevole tendenza che gli uomini e le donne di sinistra non vogliono o non possono vedere.

Ad essere più precisi, l’ascesa della Meloni rappresenta, a mio parere, più un accadimento in linea con i trend politici europei piuttosto che un’eccezione alla regola.

Quest’articolo era originariamente pensato come una lettera aperta a una figlia che (ancora) non ho. In quella occasione avevo immaginato di chiederle di guardare, in quanto donna, ai modelli femminili di successo che hanno cambiato la nostra società in Europa, cosicché anche lei possa avere speranza e sentirsi autorizzata a perseguire i propri sogni di realizzazione individuale nel campo politico-sociale.

A tal riguardo però, presentando modelli femminili di successo nella società occidentale negli ultimi cinquant’anni ci si deve sforzare di più a trovare grandi leader femminili sia di sinistra che di destra.

Senza ombra di dubbio, le figure femminili più importanti che hanno segnato la storia recente sono state Angela Merkel e Margaret Thatcher. Due giganti della storia, da cui personalmente mi sento lontano politicamentema che senza ombra di dubbio hanno influenzato grandemente lo sviluppo della società moderna. Anche se non di sinistra, la Thatcher e la Merkel sono state delle leader che in maniera indipendente hanno perseguito quello che ritenevano più giusto e vantaggioso per le proprie comunità politiche e non mi sento di dire che fossero “vittime” del patriarcato.

Ugualmente oggi, pensando alle istituzioni europee, mi viene in mente che a capo delle due più importanti cariche politiche dell’Unione ci sono proprio due donne: la Von Der Leyen e la Lagarde. Due donne di certo lontane dai valori di sinistra. Sicuramente democratiche, ma di inspirazione conservatrice e neoliberale.

Mi preoccupa ulteriormente pensare che sia in Germania che in Francia i partiti di estrema destra hanno una situazione simile a quella italiana (nel senso di avere una leader donna alla loro guida).

La cosa non è migliore se guardo agli USA. Condoleeza Rice è stata la prima donna di colore a ricoprire la carica di segretario di stato sotto l’amministrazione Bush (e non è certo stata una figura di secondo piano).

La Clinton, credo sia abbastanza chiaro a chi segue i dibattiti politici americani, era di sinistra solo nominalmente e se dovessi parlare a mia figlia non le chiederei di guardare a loro come modelli ispiratrici di femminilità. Prima di lei ci fu sicuramente Madeleine Albright, che in verità si è apertamente schierata nel campo femminista in politica estera ma al tempo stesso era convinta proponente dell’eccezionalismo e dell’interventismo americano. Rimane da considerarsi come una figura controversa.

A onor del vero, di leader femministe ce ne sono. Ogni bravo italiano che si dice di sinistra conoscerà, almeno per sentito dire, i nomi di Lina Merlin, Tina Anselmi e Nilde Iotti. Così come al giorno d’oggi i giovani liberali conosceranno i nomi di Alexandria Ocasio-Cortez e Elizabeth Warren. Donne che sì, hanno dato grandi contributi allo sviluppo politico e sociale, ma che non sono mai riuscite a scalare i ranghi dei rispettivi partiti e non sono mai (o non ancora) riuscite a diventare delle cosiddette “front runners” come invece capitò alla Merkel e alla Thatcher e come oggi è capitato alla Meloni.

Inoltre, sfido chiunque a domandare a bruciapelo a qualcuno tra i 18 e 40 anni di riassumere in breve il contributo politico di Nilde Iotti o quello della Merkel. Scommetto una birra che la percentuale di risposte esaustive in merito sarà di gran lunga spostato sulla Merkel.

A guardare il panorama della leadership femminile, ho come la sensazione che questo benedetto glass ceiling sia più presente proprio negli schieramenti di sinistra in cui la scarsezza di leader prominenti nelle ultime decadi è a mio parere leggermente imbarazzante.

Sicuramente a destra le donne in questione saranno conservatrici, anche reazionarie, ma mi sembra paradossale che bisogni disciplinarle dicendole che sono state (o sono) donne “nella maniera sbagliata” proprio in nome del femminismo.

Credo invece che sia giunto il momento di una riflessione profonda sul ruolo del femminismo nella sinistra e nella società in generale. Forse proprio come dice la Alcoff, dobbiamo smettere di parlare di femminismo e dovremmo cominciare a parlare di “femminismi”. Siamo in un momento storico in cui il solo fatto di invocare diritti e puntare a un problema non significa più essere progressisti e di sinistra in maniera automatica. Forse è arrivato il momento di accettare che c’è anche un femminismo di destra che immagina donne in posizioni di potere e responsabilità (anche ai massimi vertici) ma con normative sociali differenti, con meccanismi politici che non sono o non possono essere assimilati alla cultura politica di sinistra.

Mi rendo conto che forse quello che sto dicendo derivi solo da un pessimismo circostanziale all’indomani della nomina di un governo d’eredità fascista capitanato dalla prima Presidente del Consiglio donna del mio paese. Mi rendo conto anche che a questo punto, dopo aver messo tutte le carte in tavola dovrei dare delle risposte per chiarificare la situazione. In realtà però la ragione di questo mio intervento è proprio questa: fatico io stesso a darmi risposte ad un dato che sembra fattuale. Forse la questione potrebbe derivare da un turn-over troppo lungo della leadership politica dei partiti moderati di sinistra (è il caso del PD in Italia, della SPD in Germania e anche dei socialisti francesi). Questo incoraggerebbe vecchi leader maschili a rimanere al timone dei quadri di partito troppo a lungo, non lasciando spazio alle nuove generazioni femminili più moderne e progressiste. Forse potrebbe anche essere il fatto che quando vengono coinvolte le donne, politicamente vengano indirizzate in maniera paternalistica verso posizioni che più rispecchiano l’immaginario patriarcale e che di solito sono meno rilevanti politicamente (scuola, sanità, pari opportunità etc. invece di interni, finanze, esteri etc.). Forse il sistema patriarcale è ancora più vivo e arzillo di quanto crediamo. In realtà non mi sento di dare soluzioni precise perché in tutta franchezza io stesso non ne possiedo nessuna.

Al contrario, il punto di questo intervento è proprio di stimolare riflessione e dibattito e sarei anche contento di essere smentito in caso qualcuno abbia una prospettiva più rosea e convincente sull’argomento.

Alla fine della giornata, comunque, mi rimane solo tanta amarezza perché, sperando un giorno di tenere tra la braccia mia figlia, come futuro aspirante padre, vorrei tanto dirle “guarda, un giorno anche tu potrai aspirare a diventare LA SIGNORA Presidente del Consiglio” ma a questo punto non so se alla mia ipotetica figlia convenga tesserarsi presso un partito di sinistra…

Fonte immagine: https://www.ilmessaggero.it/politica/giorgia_meloni_libro_io_sono_giorgia_mamma_politica_ultime_notizie_news-5948022.html